CORSO DI FORMAZIONE PER I LETTORI ARGOMENTI TRATTATI

CORSO DI FORMAZIONE PER I “LETTORI” DELLA PAROLA DI DIO

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 19.09.2022

I. CONOSCERE LA BIBBIA

«Una sera di tanto tempo fa in una chiesa incontrai un tale che non conoscevo. Stavo pregando la Liturgia delle Ore, il breviario. Ricordo che quel tale mi chiese se stavo leggendo la Bibbia. Non mi lasciò neppure il tempo per spiegargli come è composto “il breviario”, in gran parte preso dalla Sacra Scrittura. Iniziò subito a farmi presente la sua esperienza con il libro della parola di Dio. Aveva cominciato con tanta buona volontà a leggere la Bibbia cominciando dalle prime pagine e avanti. Ma a un certo punto si era fermato scandalizzato, stupito e amareggiato: quante guerre e battaglie! In quel libro sperava di trovare il messaggio di Dio, l’invito all’amore e alla pace e invece…
Sì, è vero, i libri dell’Antico Testamento, soprattutto i libri storici, sono pieni di guerre e di battaglie. Sono parola di Dio? Sono annuncio della verità di Dio e dell’uomo? Pare proprio di sì, perché la realtà umana, in cui scende la salvezza di Dio, è una storia fatta anche di guerra, di male e di bene, spesso così impastati tra loro che non si riesce a distinguerli. Per cui, a volte, Dio stesso è presentato come protagonista in queste battaglie. Battaglie e guerre in cui spesso l’uomo vuole Dio dalla sua parte.
Ma l’Antico Testamento è solo un frammento della grande rivelazione che Dio fa di se stesso e della verità dell’uomo e della storia: solo in Cristo si compie la piena “autocomunicazione” di Dio in modo pieno e definitivo. Non un Dio guerrafondaio, ma un Dio Padre, Amore, Comunione. Solo in Gesù Cristo, uomo di pace e testimone di amore e di non violenza, si rivelano e si capiscono il messaggio e l’annuncio di tutto l’Antico Testamento. Lui stesso più volte nel Vangelo si presenta come colui che viene a dare pienezza a tutte le Scritture».

Si sente sovente l’affermazione che le tre grandi religioni monoteistiche del Mediteranno si possono anche definire le tre religioni del Libro (Ebrei: Torah; Cristiani: Bibbia; Musulmani: Corano). Noi non siamo una “religione del libro”, ma crediamo in una persona, in Gesù Cristo! Al centro della nostra fede cristiana non c’è un libro ma una persona: Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che ci ha rivelato il Padre e ci ha donato lo Spirito Santo. Noi lo conosciamo e lo incontriamo “anche” attraverso le Sacre Scritture, quelle che il Concilio Vaticano II, nella Costituzione “Dei Verbum” (DV), chiama appunto la Divina Rivelazione. Varie sono le definizioni usate per indicare sempre la stessa cosa: Bibbia, Sacra Scrittura, Storia sacra, Rivelazione, Storia della salvezza, parola di Dio, … Tradotta in 1500 lingue la Bibbia è il libro più diffuso nel mondo (e anche il più letto?); è anche il primo libro stampato e ancor prima molti sono i testi biblici, tra i manoscritti, i più preziosi codici conservati.
Parlare è comunicare: la parola è uno dei mezzi per entrare in comunione con gli altri e con Dio. Dio ci parla in tanti modi: attraverso la creazione, gli avvenimenti, la storia, le persone, la liturgia, la parola, … La Sacra Scrittura sono i libri scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo (Ordinamento per le Letture della Messa – OLM 2). È Parola efficace (Gen 1; Is 55, 11), con un valore “sacramentale” (OLM 41 e Verbum Domini – VD 56). “La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati” (Per evangelica dicta, deleantur nostra delicta): dicono il sacerdote e il diacono dopo aver proclamato il Vangelo, mentre baciano l’Evangeliario o il Lezionario.
Dio ci parla attraverso delle mediazioni: la sua Parola è affidata alla Chiesa, è redatta nella Chiesa. Non tutta la rivelazione è stata scritta. La Scrittura è garanzia per conservare la Parola (oltre la “tradizione orale”). Da qui nasce la difficoltà di recepire testi scritti e redatti in culture e linguaggi lontani dai nostri. È parola di Dio in linguaggio umano, con tutte le difficoltà culturali, ecc. (es. guerre e battaglie) e con il grosso problema delle traduzioni (traduzione CEI per la liturgia; traduzione interconfessionale; edizioni per studio; riduzioni per ragazzi, ecc.). La Bibbia non è solo un’opera letteraria: per noi Cristiani è parola di Dio.
La Bibbia è una biblioteca di libri, Antico (46 libri) e Nuovo Testamento (27 libri – totale 73): libri che non si assomigliano ma si completano. Alcuni sono veri e propri “volumi”, altri sono poco più di un biglietto. Scritti nell’arco di mille anni (1200 a. C.- 100 d.C.), essi contengono e insegnano una verità di ordine religioso, destinata alla nostra salvezza. Nel famoso processo, ai tempi di Galileo Galilei, si diceva giustamente: “La Bibbia non dice come va il cielo ma come si va in Cielo!”.
È importante, inoltre, conoscere il testo, saperlo consultare (libri, capitoli, versetti – le sigle): ad es. Gen 1, 1-5; Gv 15, 1.8; 1Cor 13, 1-11. Una divisione spesso fatta a caso e non secondo il senso del libro o del capitolo; Stefano Langton nel 1226 divide i vari libri in capitoli; Roberto Stefano nel 1551 divide i capitoli in versetti. Un buon cristiano deve avere il testo, magari aggiornato e “commentato” della Bibbia oltre al Messalino, o altro strumento (ad es. internet).
L’Antico Testamento è stato scritto tutto prima di Cristo e contiene la storia e la sapienza del popolo di Israele. Il Nuovo Testamento, più breve, contiene la vita e il messaggio di Gesù Cristo e della primitiva comunità cristiana. L’Antico (non vecchio!) Testamento, definito anche “Prima alleanza” è comune con il popolo ebraico (tranne 7 libri detti deuterocanonici, cioè entrati nel “canone” in un secondo tempo e scritti direttamente in greco: 1 e 2 Maccabei, Giuditta, Sapienza, Tobia, Baruc e Siracide) è stato redatto in lingua ebraica e in aramaico (dopo l’esilio in Babilonia 600 a. C.). Il Nuovo Testamento è scritto tutto in greco.
La Bibbia non è un libro scientifico come lo intendiamo noi “razionalisti” e figli dell’illuminismo; la Bibbia non è un testo di verità, ma è il testo della Verità di Dio sull’uomo, sulla creazione e sulla storia. Essa insegna una verità di ordine religioso, destinata alla nostra salvezza. Le pagine della Sacra Scrittura contengono però anche numerosi dati storici e geografici relativi alla zona del Mediterraneo e al periodo storico che va grosso modo dal 2000 avanti Cristo fino al 70 dopo Cristo; si tratta di nozioni di ordine geografico e storico, redatte secondo le conoscenze e criteri del tempo in cui i vari libri sono stati scritti.
L’aspetto geografico è circoscritto al bacino del Mare Mediteranno con pochi sconfinamenti nel retroterra. La configurazione e i nomi sono quelli delle varie epoche, spesso diversi da quelli odierni. I Vangeli poi presentano un raggio d’azione molto più ristretto: la Palestina (oggi Israele, Territori palestinesi, Libano, Giordania, Siria ed Egitto); gli Atti degli Apostoli e le lettere di San Paolo abbracciano un territorio più vasto oltre il Medio Oriente, in particolare la Turchia, Malta, la Grecia e l’Italia fino a Roma.
L’aspetto storico va visto sotto due angolature: quella del periodo storico in cui il testo è stato scritto e quella dell’epoca storica a cui ci si riferisce (ad es. la storia di Adamo ed Eva è stata scritta presumibilmente verso il 500 a. C., anche se ci si rifà a tradizioni orali molto più antiche e tra loro anche molto diverse). L’Antico Testamento come lo leggiamo noi oggi è stato redatto dopo il 1000 a. C. e in particolare a seguito del ritorno dall’esilio del popolo ebraico da Babilonia (538 a. C.).
La Bibbia è la storia degli interventi di Dio e contiene una lettura della storia del popolo di Israele fatta da un punto di vista religioso. “Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana” (DV 12). “I libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Scritture” (DV 11).
Si tratta di un libro ispirato da Dio. Non scritto direttamente da Dio (come si afferma in altre religioni) ma ispirato da Dio e scritto da uomini con le loro conoscenze, la loro lingua, la loro cultura… Lo Spirito Santo ha ispirato gli scrittori sacri come i Profeti (colui che parla in nome di Dio e quindi può anche annunciare le cose future) e gli Apostoli. Ci sono anche dei libri sacri che non sono stati riconosciuti come canonici (iscritti nel canone) detti apocrifi, che ci offrono alcuni elementi storici e culturali.
L’invito è a non trascurare mai la centralità della parola di Dio nella vita della Chiesa (DV 21). Per questo la lettura anche personale oltre che comunitaria della Bibbia è raccomandata (DV 25 – OLM 18). San Girolamo afferma che “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo” (DV 25). Ricordiamo che tutta la Scrittura, anche l’Antico Testamento, è incentrata in Gesù Cristo: Cristo è il centro e la pienezza (OLM 5). Lo evidenziano in particolare i passi di Lc 24, 27. 44: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”; “Tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Il Risorto con i discepoli ad Emmaus e con gli altri nel Cenacolo rivela che lui è il centro e la pienezza di tutta la Bibbia.
Come leggere la Bibbia? Non è un romanzo da leggere dall’inizio alla fine. La Bibbia, un insieme di libri, è stata scritta da diversi autori, in diverse epoche e circostanze; essa quindi risente anche di una certa fragilità legata alle realtà umane. Non è un libro di lettura semplice. Varie sono le forme e gli stili di scrittura: romanzi, poesie, biografie, ecc. Così anche nella Bibbia.
Pensiamo a come descrivono la stessa cosa persone diverse; per esempio, di fronte ad un incidente stradale: il resoconto del vigile, del giornalista, del malcapitato, della persona che ha assistito spaventata, del medico accorso, del meccanico, del gendarme, del vigile del fuoco, …; ma anche la nostra personale descrizione dello stesso avvenimento: in un modo alla polizia, in un altro ai familiari, in un altro agli amici. O ancora: come si parla di una malattia all’interessato, al medico, ai familiari, … E anche la differenza di una lettera commerciale, ad un amico, alla ragazza, … La stessa verità può quindi venire espressa in modalità e linguaggi diversi.
Per comprendere, per capire il cuore del messaggio, occorre conoscere la realtà dei generi letterari (DV 12) che possono essere: sapienziale, storico, poetico, profetico, apocalittico, esortativo, narrativo, ecc. Il genere letterario è una forma di espressione letteraria legata a un contenuto specifico o ad una situazione di vita. Non c’è un linguaggio, un modo di esprimersi universale; il linguaggio è diverso da un luogo all’altro da un’epoca all’altra. Devo sapere, devo conoscere ciò che sto per leggere privatamente o sto per proclamare in un’assemblea liturgica, rispettandone il genere letterario (es. un salmo, un cantico, la pagina di un profeta o una esortazione di san Paolo; il racconto di una parabola o un discorso di Gesù).
Per esempio: il racconto della Creazione in sei giorni non è un resoconto storico-scientifico, ma è una stupenda riflessione poetica e sapienziale in cui si vuole affermare che tutto viene da Dio. I Profeti non sono tanto persone o libri che predicono il futuro ma che parlano in nome di Dio, suoi messaggeri. Nei salmi si passa dal “noi” ad un “io” personale o corporativo, si usa spesso il parallelismo.
I generi letterari sono la chiave per l’interpretazione del testo sacro. Attenzione inoltre al contesto biblico (non isolare una parola, una frase) e per le celebrazioni anche al contesto liturgico (dato dal titoletto della pagina del Lezionario) e al legame con il Sacramento che si celebra. Ad esempio, 1Tim 5, 23: “Non bere soltanto acqua, ma bevi un po’ di vino, a causa dello stomaco e dei tuoi frequenti disturbi”!
Conoscere la Scrittura è fondamentale per annunciare e vivere la parola di Dio. Non basta certo celebrare la Parola per trasformare la Chiesa, la comunità in Vangelo vivente. Ma tale cambiamento non si può certo realizzare senza la Parola. Più la Parola è conosciuta, amata, celebrata, e più la comunità ha la possibilità di conformarsi ad essa.

All’udienza generale del 17.01.2021, Papa Francesco ha detto:
“Attraverso la preghiera avviene come una nuova incarnazione del Verbo. E siamo noi i tabernacoli dove le parole di Dio vogliono essere ospitate e custodite, per poter visitare il mondo. Per questo bisogna accostarsi alla Bibbia senza secondi fini, senza strumentalizzarla. Il credente non cerca nelle Sacre Scritture l’appoggio per la propria visione filosofica o morale, ma perché spera in un incontro; sa che esse, quelle parole, sono state scritte nello Spirito Santo, e che pertanto in quello stesso Spirito vanno accolte, vanno comprese, perché l’incontro si realizzi. Noi, dunque, leggiamo le Scritture perché esse leggano noi. Ed è una grazia potersi riconoscere in questo o quel personaggio, in questa o quella situazione. La Bibbia non è scritta per un’umanità generica, ma per noi, per me, per te, per uomini e donne in carne e ossa, uomini e donne che hanno nome e cognome, come me, come te. E la parola di Dio, impregnata di Spirito Santo, quando è accolta con un cuore aperto, non lascia le cose come prima, mai, cambia qualcosa. E questa è la grazia e la forza della parola di Dio. Attraverso la preghiera, la parola di Dio viene ad abitare in noi e noi abitiamo in essa. La Parola ispira buoni propositi e sostiene l’azione; ci dà forza, ci dà serenità, e anche quando ci mette in crisi ci dà pace. Nelle giornate “storte” e confuse, assicura al cuore un nucleo di fiducia e di amore che lo protegge dagli attacchi del maligno. Così la Parola di Dio si fa carne – mi permetto di usare questa espressione: si fa carne – in coloro che la accolgono nella preghiera. In qualche testo antico affiora l’intuizione che i cristiani si identificano talmente con la Parola che, se anche bruciassero tutte le Bibbie del mondo, se ne potrebbe ancora salvare il calco attraverso l’impronta che ha lasciato nella vita dei santi”.

 

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 26.09.2022

II. I LIBRI DELLA BIBBIA

“Ricordo con quanta buona volontà ho cominciato a leggere la Bibbia. Ho iniziato da bambino, da ragazzo, da adolescente, da giovane, . ho spesso solo cominciato, ma non ero capace di arrivare in fondo! Da bambino sono riuscito a leggere tutta la Bibbia per i fanciulli: un riassunto, un condensato in linguaggio semplice e scorrevole. Ma quando si è trattato della Bibbia “vera”, l’impresa si è arenata più e più volte.
Credo non sia capitato solo a me di partire bene, magari in più occasioni, e poi di fermarci incapaci di andare avanti nella lettura di un libro che diventava sempre più impossibile. Forse perché si sbaglia metodo. La Bibbia, infatti, non è un romanzo da leggere dall’inizio alla fine; non è un giallo che richiede di essere letto tutto d’un fiato per capire la trama e assaporarne la vicenda. Nella Bibbia, che ha pure una sua logica, ogni libro è un messaggio da cogliere e poi da mettere insieme agli altri. Ogni libro della Bibbia è un completamento degli altri. Quante volte, cominciando dall’inizio, si parte dal libro della Genesi, poi si passa a quello dell’Esodo e siccome questi libri hanno anche pagine di racconto si va avanti bene; ma quando si arriva al Levitico e al libro dei Numeri, a causa delle difficoltà e dell’aridità del testo, si perde tutta la buona volontà e a quel punto ci si dimentica del buon proposito di leggere tutta la Bibbia.
Allora è molto meglio cambiare modo di accostarsi alla Bibbia e partire invece dal Nuovo Testamento, particolarmente dai Vangeli; oppure da alcuni libri “storici” dell’Antico Testamento come Rut, Giona, Tobia,… Piano piano si impara a conoscere la parola di Dio, la Scrittura iniziando da quelle pagine che, almeno ad una prima lettura, sono più accessibili e contengono un messaggio più adatto per la nostra vita cristiana. Poi magari aiutati da qualche gruppo biblico, da qualche buon commento possiamo anche affrontare il resto senza perderci d’animo e arrivare, come i gamberi andando all’indietro, anche ai primi libri della Bibbia”.

Perché il lettore conosca almeno sommariamente i 73 libri della Bibbia (46 dell’Antico Testamento e 27 del Nuovo Testamento) riportiamo con qualche ritocco dal volume di C. Duchesneau (Parola del Signore, 1983) il testo che descrive sommariamente l’elenco e il contenuto dei vari libri della Sacra Scrittura.
I cenni elementari qui riportati possono essere di aiuto al lettore che proclama una pagina biblica di un libro che non conosce; non sostituiscono un lavoro più approfondito di ricerca, di studio e di preghiera che si può compiere partendo direttamente dalla Bibbia, nelle sue varie edizioni, e facendosi aiutare da sussidi adatti e specialistici.
Per comodità di ogni libro biblico si riportano anche la sigla e il numero dei capitoli.

I LIBRI DELL’ANTICO TESTAMENTO

LA LEGGE (in ebraico: TORÀH)
Raggruppa i primi cinque libri chiamati «Pentateuco» (dal greco «penta» = 5), tradizionalmente attribuiti a Mose.

Il libro della Genesi (Gen – 50 capitoli)
Raccoglie le molteplici tradizioni che si riferiscono alle origini: quelle del mondo e dell’uomo creato a immagine di Dio, con il mistero del male e la promessa dell’alleanza (c. 1 11); quelle del popolo ebraico il quale, attraverso la storia dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe (c. 12 36) e in quella di Giuseppe (c. 37 50), prende coscienza che Dio lo ama di un amore preferenziale. Per i credenti questi fatti segnano l’inizio della storia della salvezza che continua ancora oggi.

Il libro dell’Esodo (Es – 40 capitoli)
Mette in evidenza il senso della storia della salvezza; sotto la guida di Mosè, Dio libera gli ebrei dalla schiavitù, facendoli uscire dall’Egitto (esodo) e stringe alleanza con loro sul Sinai dando loro i suoi comandamenti. Il Dio vivente agisce ormai in favore degli uomini in questo modo: in Gesù Cristo, li chiamerà a diventare uomini liberi, ad accettare la nuova legge e a lasciarsi guidare dal suo Spirito.

Il libro del Levitico (Lv – 27 capitoli)
Contiene un insieme di regole di condotta e di prescrizioni liturgiche, alcune delle quali ci sembrano strane. Ma, guardandole più da vicino, vi scopriamo chiaramente la chiamata alla santità e all’amore di Dio che danno ad ogni impegno religioso la sua vera ragion d’essere (il levita è colui che appartiene alla tribù sacerdotale di Levi).

Il libro dei Numeri (Nm – 36 capitoli)
Questo libro è così chiamato perché tratta dei censimenti del popolo di Israele. Il popolo, organizzato in tribù e famiglie, continua il suo cammino attraverso il deserto fino alle rive del Giordano. Sebbene peccatore, Dio lo ha scelto perché sia come lo sarà la Chiesa il segno della sua presenza in mezzo agli uomini.

Il libro del Deuteronomio (Dt – 34 capitoli)
Il Deuteronomio (la «seconda – edizione della – legge») rievoca, qualche generazione più tardi, gli avvenimenti vissuti dal popolo eletto nel deserto. I discorsi, attribuiti a Mosè in punto di morte, sono come un testamento spirituale destinato a garantire l’unità del popolo attraverso le vicissitudini della sua storia. Gesù è stato educato secondo questa tradizione e vi ha attinto il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.

I LIBRI STORICI
Non devono essere considerati come trattati di storia secondo la concezione moderna, ma come testimonianze di fede che celebrano i grandi interventi di Dio nella vita del popolo dell’Alleanza.

Il libro dì Giosuè (Gs – 24 capitoli)
Su uno sfondo storico (ingresso nella terra promessa, suddivisione del paese fra le dodici tribù), proclama che Dio è fedele all’Alleanza. Giosuè, il cui nome significa «Dio è salvezza», continua l’opera di Mosè. L’arrivo nella terra promessa potrebbe significare la fine di una vita nomade; in realtà ci vorrà ancora molto tempo per capire che questa terra è sempre da fare propria e da abitare.

Il libro dei Giudici (Gdc – 21 capitoli)
Tratta gli avvenimenti da un punto di vista più realistico. Nel periodo agitato che precede l’instaurazione della monarchia, Dio suscita dei giudici (6 + 6), uomini provvidenziali, incaricati di condurre a lui il popolo infedele e sventurato.

Il libro di Rut (Rt – 4 capitoli)
Idealizza la vita quotidiana di Israele con varie descrizioni interessanti. Rut, è una donna straniera che con generosità e fedeltà non lascia la sua nuova famiglia e, adottata dal popolo eletto, sperimenta la benedizione di Dio. Diventa l’antenata del re Davide da cui nascerà il Messia. Questo testo è il libro della festa di Pentecoste per il popolo di Israele.

Il primo libro di Samuele (1Sam – 31 capitoli)
Racconta la storia di Samuele, l’ultimo dei giudici, e di Saul, il primo re, lasciando intravedere il ruolo e la missione di Davide. Questi testi, di diversa provenienza, riflettono un periodo in cui si cerca di costruire attorno ad un re la difficile unità del popolo di Israele.

Il secondo libro di Samuele (2Sam – 24 capitoli)
È interamente dedicato alla figura del re Davide (anno 1000 a. C.). È lui che porta a compimento l’opera iniziata, realizzando l’unificazione di tutte le tribù e facendo di Gerusalemme il centro di un vasto movimento religioso attorno alla tenda con l’arca dell’alleanza. Le sue defezioni personali ed il suo pentimento suscitano il desiderio di «un regno che non è di questo mondo» e che sarà inaugurato da Cristo.

Il primo e il secondo libro dei Re (1Re – 22 capitoli; 2Re – 25 capitoli)
Mettono il credente di fronte alla fine tragica della monarchia. Nonostante un inizio glorioso (costruzione del tempio di Gerusalemme e fama di sapienza), il re Salomone si lascia pervertire dai costumi pagani (1Re cap. 1 11); il regno si divide in due parti: Israele e Giuda, e gli interventi prodigiosi degli uomini di Dio (i profeti Elia ed Eliseo) non riescono ad evitare la decadenza (1Re 12 – 2Re 17). I diversi tentativi di riforma non hanno successo e viene il periodo (600 a. C.) dell’esilio (2Re cap. 18 25). Ne emerge un’urgente esigenza di conversione perché le lezioni della storia servano al bene di tutti.

Il primo e il secondo libro delle Cronache (1Cr – 29 capitoli; 2Cr – 36 capitoli)
Detti anche Paralipomeni (libri delle notizie ommesse), invitano la comunità religiosa di Gerusalemme a cogliere il significato spirituale degli avvenimenti del passato e ad intensificare la propria fedeltà al tempio, alla legge, al culto del Dio vivo. Questi documenti, redatti dopo il ritorno dall’esilio, rivelano che Dio, anche se punisce i peccati degli uomini, non rinnega le promesse fatte a Davide e alla sua discendenza (scritti verso il 300 a. C.).

I libri di Esdra e Neemia (Esd – 10 capitoli; Ne – 13 capitoli)
Presentano una documentazione che riguarda la storia del giudaismo dopo la prova dell’esilio. Il ritorno dalla prigionia, la ricostruzione delle mura e del tempio di Gerusalemme, la restaurazione della vita religiosa incontrano difficoltà a non finire. Il popolo rinsalda la propria unità nella fedeltà alla legge di Dio e si viene plasmando come una nuova anima che diventerà la culla del Messia.

I libri di Tobia, Giuditta, Ester (Tb – 14 capitoli; Gdt – 16 cap.; Est – 10 cap.)
Sono collocati tra i libri storici anche se questi «racconti edificanti» non si preoccupano affatto dell’autenticità dei fatti riferiti. Essi hanno un altro scopo: vogliono dimostrare che Dio non abbandona mai coloro che sperano in lui, quand’anche fossero nelle più gravi difficoltà. Numerose sono le affermazioni che rendono questi racconti ¬simpatici e capaci di suscitare la lode di Dio.

I libri dei Maccabei (o libri dei Martiri di Israele) (1Mac – 16 cap.; 2Mac – 15 c.)
Sono la testimonianza di un’epoca di lotte (II sec. a. C.) sostenute per salvaguardare l’indipendenza politica come condizione per la libertà religiosa. Il primo è abbastanza vicino ai fatti, ma non va al di là dell’interesse nazionalistico. Il secondo, in una prospettiva più spirituale, insiste sulla dimensione religiosa degli avvenimenti e vede nella restaurazione del tempio la promessa di un avvenire di fedeltà a Dio. Vi si trova, per la prima volta, l’affermazione esplicita della risurrezione dei giusti.

GLI SCRITTI SAPIENZIALI
Formano una ricca raccolta di insegnamenti, che si basano sull’esperienza concreta e tracciano il quadro della vita umana animata dalla fede nel Dio dell’Alleanza.

Il libro di Giobbe (Gb – 42 capitoli)
Opera di un poeta del VI sec. a. C., rievoca la storia di un giusto innocente colpito dalla sventura. Rappresenta la reazione contro un’interpretazione troppo superficiale del mistero del male. Il disorientamento del popolo esiliato ha scosso fortemente la fede in un Dio giusto e buono. Giobbe, con le sue lotte interiori e la sua perseveranza, è il prototipo dell’uomo che pone in Dio la sua fiducia.

Il libro dei Salmi (Sal – 150 salmi)
È una raccolta di 150 preghiere, cantici, composizioni poetiche, alcuni dei quali risalgono al tempo del re Davide. I salmi servivano innanzitutto alla liturgia del tempio e hanno ritmato tutta la storia religiosa del popolo di Dio. Rispondono così bene all’insieme delle situazioni umane che la Chiesa, seguendo l’esempio di Cristo, continua a pregarli. Essa vi trova il linguaggio dell’amore, della lode, del desiderio di Dio, del pentimento e anche della contestazione di fronte al mistero del male. Bisogna lasciare ai salmi tutto il loro sapore originario e rispettarne la natura. Quando noi li preghiamo, prendiamo parte al dialogo che si prolunga attraverso i secoli e innalza a Dio il cuore dell’uomo.

 

Il libro dei Proverbi (Pr – 31 capitoli)
Raggruppa delle sentenze e delle regole di condotta, alcune delle quali risalgono al tempo di Salomone, esse furono certamente rielaborate dopo il ritorno dall’esilio. Riflettono la vita del credente che scopre nella sapienza il cammino verso la vera felicità.

Il libro del Qoèlet (o libro dell’Ecclesiaste) (Qo – 12 capitoli)
Interpella la comunità sulla sua fede in Dio e sul senso dell’esistenza umana. L’autore, un sapiente del III secolo a. C. chiamato Qoelet (dall’ebraico «qahal»: assemblea, «ekklesia» in greco), vuol dissipare ogni illusione e «vanità» e invitare i credenti a rivolgersi al Signore. Dio solo, infatti, può soddisfare e lo farà in Gesù Cristo il cuore dell’uomo assetato di assoluto e di felicità duratura.

Il Cantico dei Cantici (Ct – 8 capitoli)
È in primo luogo una raccolta di canti d’amore. Nell’esprimere con commozione una realtà umana universale, questo libro richiama il linguaggio dei profeti dell’Alleanza. Il suo uso nella liturgia può alimentare la fede nel Dio ricco di tenerezza e di amore rivelato da Gesù Cristo e dalla Chiesa.

Il libro della Sapienza (Sap – 19 capitoli)
Rappresenta il primo tentativo di dialogo tra la fede tradizionale di Israele e la cultura greca. Scritto nel I secolo a. C. da un ebreo che viveva ad Alessandria d’Egitto, il libro è come un vertice al quale s’innalza il pensiero religioso alle soglie del Nuovo Testamento.

Il libro del Siracide (o libro dell’Ecclesiastico) (Sir – 51 capitoli)
È opera di Sirac, un ebreo colto di Gerusalemme, e fu scritto nel II secolo a. C. Il suo insegnamento, frutto di una riflessione sulla storia sacra e di un grande amore verso la legge, si risolve in una lezione di saggezza pratica. Sicuramente è servito all’educazione dei membri della comunità donde il nome di «Ecclesiastico» per preservarli dall’influenza del mondo pagano.

GLI SCRITTI DEI PROFETI
Ripropongono, nella loro grande varietà, la predicazione dei profeti che sono dei veri portavoce di Dio e per questo possono anche annunciare cose future. Questi testi, riveduti e sviluppati dai loro discepoli, hanno portato la rivelazione biblica ad un altissimo livello spirituale. I cristiani vedono il compimento di queste profezie in Cristo, il Profeta per eccellenza.

Il libro di Isaia (Is – 66 capitoli)
Contiene un insieme di discorsi e di interventi di un profeta vissuto a Gerusalemme verso la fine dell’VIII secolo a. C. (c. 1 39). Nel medesimo libro si trovano altri scritti posteriori che si collocano sulla stessa linea; essi appartengono all’epoca dell’esilio a Babilonia, VI secolo a. C., (c. 40 55) e al post esilio (c. 56 66). In queste pagine meravigliose, Isaia è lo straordinario testimone della santità di Dio. Le sue visioni, al di là degli scismi, delle deportazioni e delle sventure di quel periodo, consolidano nel popolo di Israele la speranza messianica.
Il libro di Geremia (Ger – 52 capitoli)
L’autore è il lucido testimone di un’epoca di sventure (VI V secolo a. C.). Accecati dalla loro grettezza e dalla loro apatia, i regni di Giuda e di Gerusalemme non vedono l’approssimarsi della rovina e della deportazione. Il profeta, che prevede la catastrofe, è disprezzato e perseguitato. Tuttavia, nel momento della prova egli ha la forza di annunziare che Dio stringerà una nuova alleanza con il suo popolo convertito e chiamato ad una religiosità più interiore.

Il libro delle Lamentazioni (Lam – 5 capitoli)
Attribuito dalla tradizione a Geremia, è in realtà l’opera di un poeta sconosciuto scritta prima della fine dell’esilio. Queste grida di angoscia e di pentimento, che si levano per piangere la rovina di Gerusalemme nell’anno 587 a. C., sono tra i più bei canti del dolore umano.

Il libro di Baruc (Bar – 6 capitoli)
Riflette i sentimenti delle comunità ebraiche del II secolo a. C. disperse in terra straniera (con tutta probabilità ad Alessandria). Il testo attribuisce il libro al segretario del profeta Geremia, che l’avrebbe composto durante l’esilio. È una meditazione sul peccato e sulla riconciliazione ad opera del vero Dio, e doveva servire nella celebrazione delle liturgie penitenziali.

Il libro di Ezechiele (Ez – 48 capitoli)
È di importanza capitale nell’epoca drammatica della deportazione a Babilonia (dal 587 a. C.). Sacerdote di Gerusalemme, il profeta si trova con gli esiliati e ne ispira la fede con grandiose visioni nelle quali Israele può leggere il suo destino. Lontano dal tempio distrutto e dalla patria devastata, egli annuncia il Dio della religione personale che accompagna il suo popolo nella sventura e lo conduce a poco a poco ad una nuova alleanza.

Il libro di Daniele (Dn – 14 capitoli)
Vuole ridare fiducia ai fedeli ebrei perseguitati, nel II secolo a. C., dai successori di Alessandro Magno, che vogliono imporre la cultura greca a tutti i loro sudditi. Attribuendosi il nome di Daniele personaggio che sarebbe vissuto nel secolo VI a. C., durante l’esilio a Babilonia un profeta annuncia verso il 167 a. C. la futura vittoria di un misterioso «Figlio dell’uomo», titolo che Gesù Cristo attribuirà a se. Il libro si compone di due parti ben distinte: gli interventi di Daniele presso i re di Babilonia (c. 1 6; 13 14) e le visioni profetiche propriamente dette (c. 7 12).

Il libro di Osea (Os – 14 capitoli)
Il profeta usa il linguaggio dell’unione sponsale per descrivere i rapporti di Dio con Israele: Dio è lo Sposo fedele e il popolo di Israele la sua Sposa che si rivolge ad altri dei. Vissuto nel VII secolo a. C. nel regno del Nord paese prospero sul piano materiale, ma dove la vita religiosa era molto formalista egli predica il ritorno al Dio dell’amore che perdona al suo popolo come uno sposo perdona alla sposa infedele.

Il libro di Gioele (Gl – 4 capitoli)
L’autore è il profeta della conversione in un periodo in cui il popolo rischia di cadere nella tiepidezza. Verso la fine del V secolo a. C., dopo il ritorno dall’esilio, un’invasione di cavallette devasta ogni cosa. In tale occasione, Gioele, un uomo al servizio del tempio di Gerusalemme, richiama il popolo alla penitenza e annuncia che Dio rinnoverà ogni cosa con il suo Spirito.

Il libro di Amos (Am – 9 capitoli)
È opera di un contadino che nell’VIII secolo a. C. arriva nel regno del Nord e vi scopre, dietro le apparenze, le ingiustizie e le miserie che soffrono i poveri. Acceso di santo sdegno, proclama il castigo di un Dio giusto, ma pronto a perdonare.

Il libro di Abdia (Abd – 1 capitolo)
Questo breve scritto è opera di un «profeta minore». Abdia reagisce quando il popolo di Edom vuole approfittare della caduta di Gerusalemme, nel 587 a. C., per ingrandire il proprio territorio.

Il libro di Giona (Gn – 4 capitoli)
L’autore si attribuisce il nome di un profeta dell’VIII secolo a. C. È un racconto simbolico composto nel V secolo a. C. per ricordare al popolo ebreo la sua vocazione universale. Superando ogni grettezza di spirito e di cuore, ci presenta un Dio che manda a tutti gli uomini il messaggio del suo amore.

Il libro di Michea (Mi – 7 capitoli)
Come Amos, Michea è un contadino scandalizzato dalla situazione morale e religiosa del suo paese, specialmente di Gerusalemme. Il suo messaggio, che risale all’VIII secolo a. C., comporta al tempo stesso minacce di castigo e richiami alla speranza. Dietro a parole molto dure, appare già qualche scintilla di quella luce che, a Betlemme, avvolgerà la nascita del Messia salvatore.

Il libro di Naum (Na – 3 capitoli)
Un altro breve libro di un «profeta minore». I suoi oracoli hanno per oggetto la fede nel Dio vivente, amico del suo popolo. Naum celebra la distruzione di Ninive, nel VII sec. a. C., e afferma la certezza che alla fine Dio trionferà su tutti i suoi nemici.

Il libro di Abacuc (Ab – 3 capitoli)
L’autore svolge la sua missione probabilmente all’inizio del VI secolo a. C. Il profeta intreccia un dialogo con Dio sul trionfo dei nemici del popolo eletto. Il suo messaggio è importante in quanto presenta il Dio della fede che giustifica gli uomini in virtù della fedeltà che gli testimoniano.

Il libro di Sofonia (Sof – 3 capitoli)
Fu scritto verso il 640 a. C.; i suoi oracoli sono completati da aggiunte introdotte durante l’esilio e nel periodo immediatamente successivo. Profeta di sventure, Sofonia intravede nella minaccia assira il castigo che nel «Giorno del Signore» ricadrà sul popolo orgoglioso e idolatra. Soltanto i poveri e gli umili, il «piccolo resto» di coloro che vivono secondo la volontà di Dio, si salveranno e vedranno realizzarsi le promesse.

Il libro di Aggeo (Ag – 2 capitoli)
Un altro breve libro. Aggeo con i suoi oracoli mette in guardia gli ebrei tornati dall’esilio contro il disfattismo e la mancanza di speranza.

Il libro di Zaccaria (Zc – 14 capitoli)
L’autore è un sacerdote profeta che, verso il 520 a. C., dopo il ritorno dall’esilio, cerca di ridare coraggio al popolo avvilito e di impegnarlo a ricostruire il tempio di Gerusalemme (1 8). Alle sue visioni si aggiungono oracoli posteriori (9 14) nei quali prende rilievo la figura di un Messia umile e sofferente, che si manifesterà in Cristo.

Il libro di Malachia (Mal – 3 capitoli)
Verso la metà del V secolo a. C., gli ebrei hanno terminato la costruzione del tempio di Gerusalemme. Ma le speranze non si sono realizzate e subentra l’indifferenza. Un profeta, il cui nome significa «il mio messaggero», reagisce con forza richiamando ciascuno alle proprie responsabilità.

I LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO

VANGELI E ATTI

Il Vangelo secondo Matteo (Mt – 28 capitoli)
Fu scritto in Siria probabilmente quando Gerusalemme e il suo tempio sono stati distrutti (70 d. C.) e le comunità cristiane (formate da ebrei convertiti) si ricostituiscono nel nord della Palestina. È necessario fortificare la fede di questi cristiani e precisarne i contenuti, in un momento in cui gli ebrei si dimostrano ostili e persino persecutori. Il Vangelo, eco della Chiesa nascente, annuncia che Gesù porta a compimento gli insegnamenti della legge e dei profeti e che in lui ha inizio il Regno di Dio. Discorsi e racconti si alternano, portando i credenti a riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e a continuare la sua opera in tutto il mondo.

Il Vangelo secondo Marco (Mc – 16 capitoli)
Il primo, in ordine cronologico, fra i Vangeli che conosciamo. Fu scritto a Roma, secondo gli studi, da Marco, il compagno di Paolo e poi di Pietro. Pietro e Paolo sono morti martiri, i cristiani soffrono a causa della persecuzione. Marco vuole perciò incoraggiare questi cristiani, consolidarne la fede e liberarla da considerazioni troppo umane. Con racconti brevi, vivaci e ben collegati tra loro, egli traccia un ritratto molto vivo di Gesù che impone ad ogni uomo una scelta. Tutto l’insegnamento di questo Vangelo culmina nel dramma della Passione, dove Gesù rivela la sua vera identità.

Il Vangelo secondo Luca (Lc – 24 capitoli)
Luca, collaboratore dell’Apostolo Paolo, un greco colto, scrive per i cristiani di origine pagana. Egli si avvale delle fonti comuni a Marco e a Matteo, ma anche di tradizioni che risalgono a Maria, Madre di Gesù. Questo Vangelo mette in rilievo la misericordia e la bontà del Signore verso i poveri, i piccoli, i peccatori, e si rivolge a tutti gli uomini. Si presenta come una lenta salita verso Gerusalemme dove si compie l’evento decisivo della storia della salvezza. Gli Atti degli Apostoli sono la meravigliosa continuazione che mostra come la Buona Novella si diffonda «fino agli estremi confini della terra».

Il Vangelo secondo Giovanni (Gv – 21 capitoli)
Quando con varie eresie sorgono dei nemici mortali che rischiano di distruggere la fede in Gesù «vero Dio e vero uomo», si riprendono gli scritti e le tradizioni che risalgono a Giovanni, «il discepolo che Gesù amava», e si approfondiscono alla luce di nuove situazioni. Contro coloro i quali sostengono che Gesù ha solo apparenza d’uomo, il quarto Vangelo insiste sul realismo dell’Incarnazione; contro coloro che vogliono fare della fede soltanto una dottrina per iniziati, esso insiste sul dono di Dio, il cui amore arriva fino alla morte di croce. Il libro, mirabile per afflato mistico e teologico, presenta, sotto forma di «flashes», un insieme di brani eterogenei e ci permette di conoscere, dall’interno, l’animo di Gesù, colui che ha reso Dio visibile ai nostri occhi.

Gli Atti degli Apostoli (At – 28 capitoli)
Fanno rivivere la storia della Chiesa nascente, all’indomani della Pentecoste, durante i suoi primi trent’anni di vita. Segnato dalla personalità di Pietro e soprattutto di Paolo, del quale descrive i viaggi missionari, il libro fa vedere come il Vangelo, partendo da Gerusalemme, si diffonda fra le nazioni pagane e giunga fino a Roma. È un’opera scritta da Luca come continuazione del terzo Vangelo. Con emozione vediamo nascere la vita delle prime comunità cristiane, le gioie e le pene degli apostoli, testimoni meravigliati dell’azione che lo Spirito Santo compie nel cuore degli uomini.

LE LETTERE DI SAN PAOLO (13)

La lettera ai Romani (Rm – 16 capitoli)
Fu scritta a Corinto verso il 57 58. Paolo ha incontrato gravi opposizioni da parte degli ebrei e dei cristiani provenienti dal giudaismo. Vuol continuare la sua opera di evangelizzazione e si rivolge alla comunità cristiana di Roma che vorrebbe raggiungere. La lettera rivela gli aspetti fondamentali del suo pensiero attraverso una magistrale sintesi della storia della salvezza. L’uomo sarà salvato mediante la fede in Gesù morto e risorto. Coloro che credono in Gesù e nel suo Spirito diventano creature nuove e saranno resi giusti davanti a Dio (dottrina della giustificazione).

La prima lettera ai Corinzi (1Cor – 16 capitoli)
Gravi difficolta dottrinali e pratiche, provocate dall’incontro del Vangelo con il mondo pagano, sono sorte nella giovane comunità di Corinto. Paolo interviene per correggere, rettificare, illuminare, incoraggiare. La sua lettera, scritta ad Efeso nella primavera del 56, contiene passi bellissimi sul mistero di Cristo (1), sull’istituzione dell’Eucaristia (11), sulla risurrezione dei morti (15) e lo stupendo inno della carità (13).

La seconda lettera ai Corinzi (2Cor – 13 capitoli)
Gli interventi dell’apostolo e dei suoi discepoli non sono riusciti ad evitare i conflitti. Alcuni oppositori hanno ingiuriato Paolo, attaccando il suo modo di annunciare il Vangelo. La situazione ritorna presto alla normalità e l’apostolo scrive una lettera in cui giustifica il suo operato (fine del 56 inizio del 57). Questa lettera rivela quale sia l’animo di ogni apostolo: totalmente disponibile a Cristo e alla sua Chiesa, facendo opera di salvezza anche attraverso le proprie debolezze.

La lettera ai Galati (Gal – 6 capitoli)
Fin dall’inizio, la Chiesa ha attraversato una crisi pericolosa per la sua stessa esistenza. Si doveva continuare ad osservare la legge di Mosè, in particolare l’obbligo della circoncisione, ed imporla ai pagani convertiti? Paolo interviene scrivendo agli abitanti della Galazia del nord (Asia Minore). Per lui, il Cristo è il dono gratuito che Dio ha fatto a tutti gli uomini. Chi lo accoglie e vive secondo il Vangelo acquista la libertà dei figli di Dio, che non gli può essere tolta.

La lettera agli Efesini (Ef – 6 capitoli)
Si può considerare una lettera circolare, destinata alle comunità dell’Asia Minore. È stata scritta da Paolo durante la sua prigionia (62 63) o forse, più tardi, da un discepolo che voleva mantener viva l’eredità dell’apostolo. Questa lettera presenta una visione grandiosa del mistero della salvezza manifestato agli uomini da Gesù e dalla sua Chiesa. Ricreato a somiglianza di Cristo, il cristiano diventa un uomo nuovo e contribuisce alla riunificazione dell’universo nell’unico e medesimo amore di Dio.

La lettera ai Filippesi (Fil – 4 capitoli)
È la lettera più pervasa di cordialità, scritta da Paolo durante un periodo di prigionia. L’apostolo ringrazia, esorta all’unità, incoraggia i cristiani della comunità di Filippi che ama in modo particolare. Li rende partecipi della sua profonda fede in Cristo risorto del quale ricorda, in un testo famoso (l’inno al capitolo 2), il volontario abbassamento e l’esaltazione nella gloria di Dio.

La lettera ai Colossesi (Col – 4 capitoli).
Appartiene al gruppo delle «lettere della prigionia». Scritta da Paolo o da un discepolo, offre l’occasione all’apostolo di precisare la sua fede e di mettere in guardia i cristiani di Colossi (città che si trova al centro dell’attuale Turchia) contro le idee che rischiavano di minimizzare la funzione di Cristo. Per Paolo, Cristo e al vertice di tutto, sia nella creazione che nella storia della salvezza. Si tratta di entrare nel mondo nuovo che scaturisce dalla sua morte e risurrezione.

La prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts – 5 capitoli)
È senza dubbio il primo scritto del Nuovo Testamento (risale all’anno 51, vent’anni dopo la morte di Gesù). Paolo, nel fondare la comunità di Tessalonica, ha vissuto un’intensa esperienza missionaria. Egli però si preoccupa del futuro. Questa lettera gli offre l’occasione di esortare i cristiani neo convertiti a perseverare nella fede e a restare saldi nella speranza del ritorno del Signore.

La seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts – 3 capitoli)
Fu scritta poco dopo la prima. L’apostolo approfondisce il suo insegnamento e mette in guardia contro le interpretazioni superficiali circa il ritorno del Signore. I cristiani, anche se protesi verso l’avvenire, devono vivere nel presente e sostenere nel mondo la buona battaglia della fede.

La prima lettera a Timoteo (1Tm – 6 capitoli)
Fu scritta da Paolo durante il suo ultimo viaggio (verso il 65), o forse, in epoca più tarda, da un responsabile della Chiesa. L’apostolo si adopera per sostenere con i suoi consigli l’opera del pastore, responsabile della comunità di Efeso, in un’epoca in cui i primi testimoni di Cristo incominciano a scomparire.

La seconda lettera a Timoteo (2Tm – 4 capitoli)
È l’ultimo scritto attribuito a Paolo ed è quasi il suo testamento spirituale. L’apostolo, condannato a morte, esorta il pastore della Chiesa di Efeso alla perseveranza e al coraggio, come pure alla vigilanza nel momento delle persecuzioni e di ogni pericolo.

La lettera a Tito (Tt – 3 capitoli)
Come Timoteo a Efeso, così Tito è incaricato di organizzare la vita della Chiesa a Creta. Questa lettera permette di conoscere meglio i cristiani della seconda generazione, preoccupati di continuare l’opera missionaria e di mettere in atto ministeri e strutture capaci di assicurarne la continuità.

La lettera a Filemone (Fm – 1 capitolo)
È un biglietto scritto da Paolo ad un cristiano di Colossi per raccomandargli di riprendere Onesimo, uno schiavo fuggito, ma poi convertitosi alla fede cristiana. Vi sono affermati in modo sconvolgente la dignità di ogni uomo e il fondamento della vera fraternità in Gesù Cristo.

GLI ALTRI SCRITTI

La lettera agli Ebrei (Eb – 13 capitoli)
Si tratta di una meravigliosa testimonianza resa a Cristo, sommo sacerdote e mediatore della nuova Alleanza. Il suo autore, senza dubbio un predicatore, discepolo di Paolo, si rivolge a degli ebrei convertiti che però rimpiangono il passato e soprattutto la bellezza della liturgia del tempio. Egli mostra loro che in Gesù l’Antico Testamento e superato e l’ombra cede il posto alla realtà. Ormai gli uomini sono chiamati ad entrare con Dio in quel rapporto d’amore che e stato a tutti donato dal Figlio unigenito.

La lettera di San Giacomo (Gc – 5 capitoli)
Proviene probabilmente da ambienti di ebrei convertiti della diaspora che parlavano la lingua greca; essi la fanno approvare da Giacomo, un uomo influente della comunità di Gerusalemme. L’autore reagisce alquanto violentemente contro la tentazione di fare della fede un’evasione mistica, tagliata fuori dalla vita reale. La sapienza che da essa traspare riecheggia lo spirito delle beatitudini e mette in luce la necessità della conversione alla quale impegna il Vangelo, specialmente riguardo ai poveri. Contiene anche le prime indicazioni per l’Unzione degli infermi.

La prima lettera di San Pietro (1Pt – 5 capitoli)
È una specie di omelia battesimale indirizzata ai cristiani dell’Asia Minore presi di mira dalla persecuzione. A nome dell’apostolo Pietro, Silvano, suo compagno a Roma, esorta, incoraggia, ricorda la vittoria di Cristo e la grazia meravigliosa del battesimo che deve sbocciare in una vita nuova.

La seconda lettera di San Pietro (2Pt – 3 capitoli)
È uno scritto tardivo che risale certamente all’inizio del II secolo e si avvicina al genere dei «discorsi di addio». L’autore fa propria l’autorità dell’apostolo Pietro, si scaglia con violenza contro i falsi profeti e lotta contro il lassismo dottrinale e morale provocato dal ritardo del ritorno del Signore.

La prima lettera di San Giovanni (1Gv – 5 capitoli)
È uno scritto indirizzato con ogni probabilità dall’Apostolo Giovanni a certe Chiese dell’Asia Minore con lo scopo di sostenerle nella lotta per la vera fede. L’autore prende di mira alcuni errori che minano alla radice i fondamenti del Vangelo. In uno stile contemplativo, egli mostra in che cosa consiste l’autentica vita cristiana: credere in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, e amare con lo stesso amore che viene da Dio.

La seconda e la terza lettera di San Giovanni (2Gv – 1 capitolo; 3Gv – 1 capitolo)
Le due lettere testimoniano il medesimo contesto della I lettera di Giovanni. La II mette in guardia dai falsi dottori; la III intende regolare un conflitto d’autorità sorto in una comunità.

La lettera di Giuda (Gd – 1 capitolo)
Si tratta di un breve scritto, quasi un “volantino” anti eretico.

Il libro dell’Apocalisse (Ap – 22 capitoli)
Il termine significa «rivelazione». È l’opera di un veggente che la tradizione ha identificato con l’apostolo Giovanni. Al di là delle apparenze, egli vede l’opera della salvezza avanzare attraverso il tempo, fino al suo compimento definitivo. Usando un genere letterario particolare, a base di immagini, di numeri e di simboli, egli vuole rianimare il coraggio dei cristiani, smarriti a causa delle persecuzioni e della difficoltà di credere al trionfo di Cristo. Le sue visioni descrivono il mondo impegnato in una lotta gigantesca fra la luce e le tenebre, fra Dio e le potenze del male. Ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse ne è come il coronamento. Gli ultimi versetti esprimono la speranza che, fin dalle origini, abita nel cuore dell’uomo e lo innalza a Dio, Padre di Gesù Cristo: «Vieni, Signore Gesù!».

All’udienza generale del 17.01.2021, Papa Francesco ha detto:
“La tradizione cristiana è ricca di esperienze e di riflessioni sulla preghiera con la Sacra Scrittura. In particolare, si è affermato il metodo della lectio divina, nato in ambiente monastico, ma ormai praticato anche dai cristiani che frequentano le parrocchie. Si tratta anzitutto di leggere il brano biblico con attenzione, di più, direi con obbedienza al testo, per comprendere ciò che significa in sé stesso. Successivamente si entra in dialogo con la Scrittura, così che quelle parole diventino motivo di meditazione e di orazione: sempre rimanendo aderente al testo, comincio a interrogarmi su che cosa dice a me. È un passaggio delicato: non bisogna scivolare in interpretazioni soggettivistiche ma inserirsi nel solco vivente della Tradizione, che unisce ciascuno di noi alla Sacra Scrittura. E l’ultimo passo della lectio divina è la contemplazione. Qui le parole e i pensieri lasciano il posto all’amore, come tra innamorati ai quali a volte basta guardarsi in silenzio. Il testo biblico rimane, ma come uno specchio, come un’icona da contemplare. E così si ha il dialogo”.

 

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 03.10.2022

III. IL LEZIONARIO

La grande novità portata dal Concilio Vaticano II è la riapertura della Bibbia per tutti i credenti sa nella preghiera comunitaria che in quella personale, privata: “Affinché la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della sacra Scrittura” (SC 51). Per questo ogni volta che dei cristiani si trovano oggi a pregare, a celebrare non può mai mancare la proclamazione della parola di Dio! Tutti i libri liturgici per tutti i Sacramenti prevedono oggi la Liturgia della Parola. Non era così nel passato dove Battesimi, Cresime, Funerali, ecc. non prevedevano la proclamazione esplicita della parola di Dio.
Una componente fondamentale della preghiera del cristiano è quella di mettersi in ascolto di Dio che parla, in ascolto della parola di Dio. Shema Israel – Ascolta Israele (Dt 6, 4): è il primo atteggiamento del pio Israelita davanti a Dio; deve essere anche il nostro stile. Celebrare il Cristo e il suo mistero di salvezza significa metterci in ascolto di Cristo, Parola del Padre. Nella sua Lettera Apostolica al termine del Grande Giubileo dell’Anno 2000 il Papa San Giovanni Paolo II ha sottolineato quanto è stato fatto per l’importanza della parola di Dio nella celebrazione: “Non c’è dubbio che questo primato della santità e della preghiera non è concepibile che a partire da un rinnovato ascolto della parola di Dio. Da quando il Concilio Vaticano II ha sottolineato il ruolo preminente della parola di Dio nella vita della Chiesa, certamente sono stati fatti grandi passi in avanti nell’ascolto assiduo e nella lettura attenta della Sacra Scrittura. Ad essa si è assicurato l’onore che merita nella preghiera pubblica della Chiesa” (Novo millennio ineunte, 39).
L’esperienza di questi quasi sessant’anni dalla riforma liturgica ha dato a noi e a tutto il popolo di Dio la grazia e la possibilità di ascoltare la parola di Dio, di nutrirci di “ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4): giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, abbiamo ormai imparato ad accogliere quella Parola, a farla diventare nostra e nel futuro potremo costatare anche i frutti di bene che questa seminagione comporta, come una goccia d’acqua che nel lungo tempo scava la roccia, come un artista che con pazienza e precisione plasma la sua opera.
Riascoltiamo il profeta Isaia (55, 10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Quella Parola che fin dalla creazione è efficace, opera, fa quello che dice (Gen 1).
Una Parola quasi personificata secondo la chiara affermazione neotestamentaria: “La parola di Dio cresceva e si diffondeva” (At 6, 7 e 12, 24). San Paolo dirà agli anziani (presbiteri) di Efeso, salutandoli per l’ultima volta (At 20, 32): “E ora vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati”; una vera professione di fede nella forza, nell’efficacia, nella potenza della parola di Dio.
Una grande opera è stata compiuta per preparare l’attuale Lezionario (30.11.1969) nei suoi vari volumi. Essi riprendono l’uso sinagogale di leggere i “rotoli” della Scrittura. Quella lettura continua dal testo biblico che era poi diventata caratteristica nei primi secoli della comunità cristiana, come testimoniato da vari Padri della Chiesa (es. Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, ecc.). Dalla Bibbia si passò quindi ai lezionari, epistolari, evangeliario, salterio e quindi al messale plenario del Concilio di Trento; oggi si è tornati ad una pluralità di libri liturgici. Proprio la liturgia della Parola è il grande banco di prova della riforma liturgica Nel vecchio Messale preconciliare si trovavano e si leggevano durante l’anno, in lingua latina, solo una decina di brani dell’Antico Testamento, 1/5 del Nuovo Testamento e solo 2 o 3 pericopi del Vangelo di Marco. Spesso le stesse letture sempre ripetute, normalmente nelle Mese da morto.
La liturgia della Parola non è, come accadeva un tempo (disertata soprattutto dagli uomini), una semplice introduzione alla liturgia eucaristica: “Le due parti che costituiscono in certo modo la Messa, cioè la liturgia della parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto” (SC 56). Anche se nella celebrazione della Messa si distinguono Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica, non si tratta di due parti separate, ma di due aspetti così strettamente connessi da formare un unico atto di culto. Per questo non ha senso parlare, come si faceva una volta ignorando la prima parte della Messa, di partecipazione “valida” alla Messa tralasciandone una parte. La liturgia della Parola è parte essenziale della celebrazione. Parola e Eucaristia sono Pane di vita, alimento indispensabile per l’anima dei fedeli. La stessa struttura di una chiesa oggi prevede, oltre al posto dell’assemblea e di colui che presiede, in modo del tutto speciale l’altare e l’ambone.
“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendolo dalla mensa sia della Parola di Dio sia del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli” (DV 21). Due mense! Che cosa è la Messa? Provate a chiederlo alla gente oggi! Nel nostro tempo i fedeli, già i bambini, sanno rispondere che essa è ascolto della parola di Dio e Comunione Eucaristica.
Scrive Papa Francesco nella recente lettera (29.06.2022) Desiderio Desideravi
(DD 53): «Quale arte siamo chiamati ad apprendere nel proclamare la Parola, nell’ascoltarla, nel farla ispirazione della nostra preghiera, nel farla diventare vita? Tutto questo merita la massima cura, non formale, esteriore, ma vitale, interiore, perché ogni gesto e ogni parola della celebrazione espresso con “arte” forma la personalità cristiana del singolo e della comunità». Perché il lettore o l’ascoltatore della parola di Dio non diventi passivo e ignaro strumento esecutivo, ci sembra cosa buona che egli conosca anche certi criteri che la Chiesa segue nell’attuazione della Liturgia della Parola della Messa e delle altre celebrazioni.
La tradizione ecclesiale ha sempre espresso una grande venerazione per il Corpo di Cristo presente nell’Eucaristia. Ma essa non deve farci dimenticare la presenza del Signore nella Parola. Questa verità è evidenziata dai segni di venerazione verso il libro dei Vangeli: lo stare in piedi, la processione con il libro elevato e accompagnato dall’incenso, i ceri e il canto dell’alleluia, il compiere i tre segni di croce, il bacio al termine della proclamazione, lo stesso testo ornato con materiale prezioso e conservato in una custodia apposita. Sono segni che hanno tutto il loro ruolo per aiutare a valutare e apprezzare il valore della parola di Dio.
La parola di Dio va proclamata all’ambone; non un mobile, o una suppellettile, ma uno spazio, un luogo stabile ed elevato, ben visibile dall’assemblea e decoroso. Un leggio esile e mobile non lo può sostituire. Dall’ambone si proclamano le letture e si canta o si proclama il Salmo responsoriale; si può tenere l’omelia e si possono proporre intenzioni per la preghiera dei fedeli. Non è invece il luogo del cantore, del commentatore o per altri interventi.
La riforma liturgica del Concilio Vaticano ci ha offerto l’Ordinamento delle Letture della Messa (OLM o Premesse /Introduzione al Lezionario) che ha uno scopo soprattutto pastorale (OLM 58-60). Nelle sue Premesse e nella proposta delle letture offre all’uso della comunità una dimensione unitaria per tutta la Chiesa (anche alcune Chiese protestanti lo hanno adottato!) e contiene una ricchezza da valorizzare anche personalmente. È vietato l’uso di testi non biblici (OLM 12); questo vale anche per il salmo responsoriale che è parte integrante della liturgia della Parola.
I libri della Parola, ricavata dalla Bibbia, sono l’Evangeliario, il Lezionario e il Salterio; testi nati per rispondere alla richiesta emersa nel Concilio di offrire ai fedeli maggiore abbondanza dei tesori della parola di Dio. Il criterio base seguito per la loro compilazione è stato, in linea ideale, quello della lettura continua o semicontinua della Scrittura: si è pensato, cioè, di proporre sistematicamente i testi più significativi della Sacra Scrittura. Ciò è stato realizzato solo in parte, per motivi pratici oltre che ideali. Si è voluto poi riservare una adeguata attenzione ai tempi liturgici forti, nei quali, dovendo evidenziare il mistero celebrato, si è imposta una precisa scelta di testi, fondamentali per comprendere il nucleo centrale del mistero della salvezza. I “Libri per le letture” della CEI nella liturgia sono:
– EVANGELIARIO (1987)
– LEZIONARIO DOMENICALE e FESTIVO (triennale: A B C; 3 volumi)
– LEZIONARIO FERIALE (biennale: I e II – anno pari e dispari per il Tempo Ordinario; unico per i Tempi “forti”; 3 volumi)
– LEZIONARIO per le Messe dei SANTI
– LEZIONARIO per le Messe RITUALI (Sacramenti e Sacramentali)
– LEZIONARIO per le Messe “AD DIVERSA” e VOTIVE.
Presentiamo almeno i Lezionari più usati:
– Il Lezionario domenicale si articola in un ciclo triennale, che segue fondamentalmente i Vangeli sinottici: nel ciclo “A” è proposto il Vangelo di Matteo; nel “B” quello di Marco, nel “C” quello di Luca. Il Vangelo di Giovanni viene utilizzato in varie occasioni e particolarmente per il tempo di Quaresima e Pasqua e per integrare quello più breve di Marco.
La prima lettura è tratta dall’Antico Testamento in base al tema del brano evangelico. C’è quindi un nesso logico tra il messaggio della prima lettura e il Vangelo. Nel tempo pasquale la prima lettura viene tratta dagli Atti degli Apostoli.
Il Salmo responsoriale che segue la prima lettura è proposto come risposta orante dell’assemblea alla Parola di Dio appena ascoltata. Alla Parola ascoltata, rispondiamo ancora con la parola che Dio pone sulle nostre labbra. Il Salmo, essendo di natura lirica, dovrebbe essere eseguito in canto. Non va mai sostituito con altri testi o canti, perché è parola di Dio.
La seconda lettura propone in successione semi-continua le lettere degli Apostoli, senza preoccuparsi della concordanza tematica con le altre letture. Nei tempi forti invece (Avvento, Quaresima e tempo pasquale) anche la seconda lettura concorda tematicamente con le altre due.
– Il lezionario feriale per il tempo ordinario si articola nell’arco di un biennio: anno pari e anno dispari. L’alternanza però riguarda solo la prima lettura e il relativo salmo responsoriale ed è tratta sia dall’Antico che dal Nuovo Testamento. Il Vangelo invece è sempre lo stesso ogni anno e segue questa traccia: si legge prima Marco, poi Matteo e infine Luca. Nei tempi forti di Avvento/Natale e Quaresima/Pasqua c’è invece un solo ciclo annuale con sempre le stesse pagine bibliche ed evangeliche.
La nuova traduzione in lingua italiana per la II edizione del Lezionario è degli anni 2007-2011. Un volume apposito riporta, inoltre, il Lezionario per il Matrimonio. Ci sono anche il Lezionario ed Evangeliario del Proprio diocesano o religioso. Inoltre ogni Libro Rituale (Battesimo, Confermazione, ecc.) contiene indicazioni per le letture proprie (utili anche per la catechesi). Ci sono inoltre con la vecchia traduzione il Lezionario per la Messa dei fanciulli e quello per le Messe della Beata Vergine Maria.
Ricordiamo sempre il rispetto per i libri della parola di Dio, il loro uso, il loro valore (OLM 35-37) e la loro dignità per la celebrazione liturgica (no ai foglietti o tablet ecc.!) ricordando la venerazione per le Sacre Scritture come per il Corpo di Cristo (DV 21). Come abbiamo detto, con una speciale ritualità per il Vangelo, vertice della liturgia della Parola, accompagnato da segni particolari (OLM 13; 17). È Cristo che parla; noi gli prestiamo la voce! “Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche… È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura”. – “Nella liturgia, infatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera” (SC 7 e 33).
Per la dignità della proclamazione della parola di Dio occorre conoscere e saper usare i Lezionari, come vedremo. Non basta prepararsi sul foglietto, o in internet o sul messalino: occorre “vedere” la pagina del Lezionario (essa è riportata nel sito della CEI). Attenzione anche a come è stampato il brano, la pericope: a capo, a bandiera, ecc.; le cose tra parentesi vanno lette; non si devono leggere le scritte in rosso (I lettura, Salmo responsoriale…), né i “titoli” che presentano il tema centrale della lettura; occorre rispettare le scelte del celebrante in caso di proposte alternative o di lettura in forma breve o lunga o nel caso di una festa con tre letture che ricorre in giorno feriale. Infine si acclama dicendo: “Parola di Dio” e non “È parola di Dio” (non è affermazione ma acclamazione!).
Ricordiamo sempre, come si cantava qualche anno fa che “Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora!”. O come afferma San Paolo: “La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani” (2Cor 3, 2-3).

 

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 10.10.2022

IV.  I MINISTERI DELLA PAROLA

Tutti i fedeli in forza del Battesimo e della Confermazione sono divenuti nello Spirito annunciatori della parola di Dio (OLM 7). Nella Chiesa vi sono Ministeri ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi), istituiti (accolito e lettore – ministro straordinario della Comunione – catechista) e di fatto. Carismi e ministeri sono presenti da sempre nella storia e nella vita della Chiesa. L’Eucaristia è fonte e occasione per i ministeri (Ordinamento Generale del Messale Romano – OGMR 98-111).
Il nome di “ministro” (servitore) purtroppo non esprime adeguatamente la realtà del servizio nel nostro linguaggio odierno abituale. Ricordo una notte di Pasqua quando il parroco annunciò: “Ora il ministro porta l’acqua benedetta al fonte battesimale”, un fedele poco devoto al mio passaggio sussurrò: “Ministro dei trasporti!”. Ma per Gesù stesso l’evangelista Luca usa questa espressione (3, 23): “Gesù, quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni”! Lo stesso Luca nell’esordio del suo Vangelo parla dei “ministri della Parola” (1, 2). Gli apostoli definiscono il loro compito con lo stesso termine parlando di Giuda il traditore e del suo rimpiazzo Mattia: “…aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero” e “per prendere il posto in questo ministero e apostolato” (At 1, 17.25). Così anche San Paolo usa questa definizione: “Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato in vostro favore” (Ef 3, 2); “Come apostolo delle genti io faccio onore al mio ministero” (Rm 11, 13).
Ancora San Paolo scrivendo ai Colossesi conclude la sua lettera con un’esortazione rivolta ad un certo Archippo e chiede alla comunità di dirgli: “Fa’ attenzione al ministero che hai ricevuto nel Signore, in modo da compierlo bene” (4, 17)! Parole che risuonano oggi anche per chi deve svolgere un compito nella comunità cristiana, ognuno nel suo ruolo: consapevoli che ogni ministero viene dal Signore, che va compiuto nel modo migliore per la gloria di Dio, per il bene della comunità e non per un protagonismo personale. Anche nella seconda lettera ai Corinzi (6, 1-18) San Paolo invita ad avere gli atteggiamenti propri dei “Ministri di Dio”: “In ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza”! Parole assai esigenti che non devono incutere timore e impedire il compimento di quanto la comunità cristiana chiede, affida e invita a fare, ma segnare il cammino nella sequela di Cristo, modello nel ministero: egli che è venuto, obbediente al Padre e nella forza dello Spirito Santo, per servire e non per farsi servire (Mt 20, 28).
Il 15 agosto 1972 con il Motu proprio Ministeria quædam San Paolo VI poneva termine ad una tradizione ormai millenaria e aboliva i cosiddetti ordini minori per ridare alla Chiesa i ministeri da affidarsi non solo a chi si prepara al diaconato e al sacerdozio ma anche ai laici. Dopo i primi tempi della Chiesa ricchi di ministerialità – basti pensare ai tempi di San Vigilio Vescovo con il Diacono Sisinio, il lettore Martirio e l’ostiario Alessandro – nei secoli seguenti tutta l’attività liturgica, ma anche l’intera opera pastorale, diventò appannaggio dell’unico ministro presente sul territorio: il sacerdote, il presbitero. Scomparvero i ministeri, chiamati anche ordini minori, che venivano assegnati solo a coloro che si preparavano al sacerdozio, come una serie di gradini per diventare presbiteri. Ostiari, lettori, accoliti, esorcisti, suddiaconi e diaconi non esisteranno più come figure a se stanti, ma solo come passaggi verso il sacerdozio; ministeri a volte esercitati, quasi come da comparse, dagli stessi sacerdoti che si vestivano e compivano la funzione di diacono e suddiacono. La stessa cosa accadde per i libri liturgici: da diversi libri a un unico libro; il lezionario con le letture per il lettore, l’antifonario con le antifone per chi canta, il salterio o graduale con i salmi per il salmista, l’evangeliario con i Vangeli per il diacono, il sacramentario con i testi della Messa per il sacerdote, scompaiono e si avrà un solo libro, detto messale plenario.
Con San Paolo VI venivano così soppressi gli ordini minori dell’Ostiario, dell’Esorcista (conferito ma col divieto di esercitarlo!), come pure il Suddiaconato, e venivano riproposti due soli ministeri, quelli di Accolito e di Lettore. Purtroppo, anche in questo testo, espressione della riforma del Concilio Vaticano II, era detto esplicitamente che essi “secondo la veneranda tradizione della Chiesa” sono riservati solo agli uomini. Al n. 1/211 delle nostre Costituzioni sinodali (Trento 1986) al riguardo era detto esplicitamente: “Il Sinodo chiede al Vescovo di farsi promotore presso la Sede Apostolica e la CEI dell’istituzione di altri ministeri… e della possibilità di conferirli anche alle donne…”. Finalmente, Papa Francesco con la Lettera Apostolica Spiritus Domini (10.01.2021, domenica del Battesimo del Signore) ha dichiarato che i ministeri valgono per tutti i battezzati, maschi e femmine. A questi due ministeri riconosciuti, più propriamente detti “istituiti” (Accolitato e Lettorato) lo stesso Papa ha aggiunto il ministero laicale di Catechista (20.05.2021); un ministero strettamente legato alla parola di Dio. Il conferimento di ogni ministero avviene, dopo un’adeguata preparazione, mediante un apposito rito liturgico di Istituzione (nuova Nota CEI del 05.06.2022). I ministeri legati alla Parola (OLM 38-57) sono:
 IL PRESIDENTE (vescovo, sacerdote, diacono o laico; OLM: “colui che presiede”);
 L’ASSEMBLEA che non assiste, ma partecipa e si esprime con una:
 PLURALITÀ di MINISTERI (liturgici ma anche quelli specifici della carità e catechesi/evangelizzazione): lettori, salmisti – cantori, maestri, organisti e strumentisti – commentatori e animatori – catechisti …
Si tratta di ministeri seri per cristiani (adulti) cresimati e non faccende da bambini e ragazzi, svolti da persone conosciute, idonee e preparate (non a caso); con l’avvertenza che nelle celebrazioni liturgiche ognuno deve fare solo e tutto ciò che è di sua competenza (SC 28), perché “È Cristo che parla quando nella Chiesa si leggono le Sacre Scritture” (SC 7). Noi siamo ministri (servitori, strumenti) della sua Parola. Lo svolgimento di questi ministeri legati alla Parola, esige anche una preparazione di testi (es. preghiera dei fedeli; introduzioni) e scelte (segni, gesti e riti) da compiere insieme (Gruppi della Parola, Commissioni liturgiche, …) sotto la guida del responsabile della comunità (OLM 78). L’organizzazione del servizio è da svolgere in armonia (OLM 40) nelle diverse modalità di turni (impegno settimanale, mensile, per quella celebrazione, …) e con un atteggiamento interiore: “I fedeli non rifiutino di servire con gioia il popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche ministero o compito particolare nella celebrazione” (OGMR 97). La preparazione non è mai qualcosa di facoltativo; occorre dire no all’improvvisazione, come raccomanda OLM 55: “Perché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore della sacra Scrittura, è necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne hanno ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno”.
Questa preparazione deve essere soprattutto spirituale; ma è anche necessaria quella propriamente tecnica. La preparazione spirituale suppone almeno una duplice formazione: quella biblica e quella liturgica. La formazione biblica deve portare i lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della Parola e le motivazioni del rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all’arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l’aiuto dei moderni strumenti di amplificazione”.
Il servizio e i compiti del Lettore sono descritti nell’OGMR 98-11 e 194-197. Il compito del lettore è di proclamare la parola di Dio nelle celebrazioni liturgiche. Per valutarne appieno il ruolo nel contesto della vita della Chiesa, occorre ricordare che l’annuncio della Parola costituisce l’elemento eminente della missione della Chiesa per espressa volontà di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).
Nella parola di Dio si radica e si alimenta la fede. Perciò la Parola va continuamente proclamata sia per gettare il primo seme della fede nel cuore dell’uomo, sia per alimentarne la crescita nella comunità già formata. È nell’ascolto della parola di Dio che si edifica e cresce la Chiesa. Il lettore, che fa risuonare la Parola nelle assemblee liturgiche, è parte attiva e responsabile di quest’opera vitale della Chiesa. Chi legge mette in atto un processo iniziato nel momento della rivelazione e che ora permette ai fedeli di ascoltare Dio che parla al suo popolo. Perciò coloro che proclamano la Parola nell’assemblea devono essere coscienti di donare la propria voce alla parola di Dio, perché questa, vivificata dallo Spirito Santo, operi i frutti interiori per i quali è stata mandata: la conversione, la fede, la vita nuova.
La parola di Dio è sempre efficace e dovremmo rendercela familiare leggendola e meditandola personalmente, in famiglia e in ogni incontro di gruppo. Il momento privilegiato della Parola però è quello dell’assemblea domenicale, cioè la Messa. Ogni domenica il popolo cristiano è convocato per l’ascolto della Parola e la celebrazione dell’Eucaristia. È questo atto che dà senso alla Chiesa come popolo nato dalla Pasqua del Signore. C’è un rapporto strettissimo tra assemblea cristiana, parola di Dio ed Eucaristia. È Dio stesso che convoca e raduna il suo popolo e poi lo nutre con la Parola e con l’Eucaristia. La Parola, in forza dello Spirito presente nel cristiano, nutre la fede, gli fa conoscere il Signore, lo spinge all’amore che si attua nella preghiera filiale e nelle opere di carità. È ancora la Parola che ci fa comprendere il senso profondo e attuale dell’Eucaristia alla quale prendiamo parte per rinnovare la grazia battesimale che lega la nostra vita al Signore morto e risorto.
Nella Messa dunque si legge la parola di Dio in misura abbondante, e questo rito è momento essenziale della celebrazione. Non può essere vanificato. Tutto questo occorre ricordare per comprendere la delicatezza del compito affidato al lettore e al celebrante.
Il lettore è il cristiano chiamato a proclamare la Parola per farla risuonare ai sensi, alla mente e al cuore dei fedeli. La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha allargato l’accesso a questo ministero anche ai laici, senza distinzione: “L’assemblea liturgica non può fare a meno dei lettori, anche se non istituiti per questo compito specifico. Si cerchi perciò di avere a disposizione alcuni laici, che siano particolar-mente idonei e preparati a compiere questo ministero” (OLM 52).
Esercitare il ministero del lettore può essere un onore, ma prima di tutto è un servizio per il quale si richiede l’idoneità, cioè la capacità di eseguirlo, perché senza una debita preparazione e cura, possono vanificare il dono della Parola. Non può fare il cantore lo stonato. Per la stessa ragione non può essere lettore chi manca dei requisiti di una buona dizione, della comprensione e della comunicazione efficace di quanto legge. Doti che, nella maggior parte dei fedeli, possono essere acquisite. Difficilmente invece possono essere improvvisate. Quanto è qui affermato vale anche per il salmista; magari questo ruolo fosse sempre distinto da quello del lettore.
Da quando in chiesa è stato introdotto il microfono, alla voce e alla dizione non si è più prestata attenzione. E le conseguenze si notano, spesso con profondo disagio. Senza scoraggiare nessuno, dobbiamo pure dire che molteplici sono gli aspetti che riguardano una congrua preparazione del lettore.
La parola di Dio, con tutta la sua efficacia, è diretta anche alla vita del lettore. Il rito per l’istituzione dei lettori ha una bella esortazione: “Quando annuncerete agli altri la parola di Dio, accoglietela prima di tutto voi con docilità e meditatela con diligenza”. Sarà proprio il gusto e la comprensione profonda della Parola che costituirà l’anima del suo proclamarla davanti all’assemblea. Chi non comprende ciò che dice, legge o proclama difficilmente lo sa bene comunicare. “Capisci ciò che stai leggendo?” (At 8,30)
L’amore alla parola di Dio delinea anche quella che dovrebbe essere la spiritualità del lettore. È evidente che, quale interprete della Parola, il lettore non può ripresentare degnamente il testo limitandosi a proclamarlo formalmente nel rito. Tutta la sua vita deve essere un’incarnazione (o almeno uno sforzo di incarnazione) della Parola annunciata. Il ministero del lettore non ha quindi per confine il momento liturgico, ma si prolunga nella vita.
Per aiutarsi a comprendere e vivere la Parola, si raccomanda da sé la frequentazione di un Gruppo o Scuola della Parola. Se non è possibile ci si munisce di un buon messalino o altre pubblicazioni oggi in commercio (con i loro commenti) per capire, gustare e pregare il teso sacro. Nel nostro tempo sono a diposizione anche i siti internet con le letture del giorno (ad es. il sito della Chiesa Cattolica Italiana: www.chiesacattolica.it) dove le letture sono riportate anche graficamente (spazi, a capo, ecc.) come nel lezionario. Il resto lo farà lo Spirito, primo e ultimo ispiratore della Parola.
Si racconta che un giorno il capo della sinagoga invitò il Rabbì Aqiba (morto verso il 135), che era di passaggio, a fare la pubblica lettura della Torah. Ma lui non volle salire. I suoi discepoli gli chiesero il motivo. “Ho rifiutato di fare la lettura – rispose il maestro – unicamente perché non avevo prima letto due o tre volte il testo! Giacché uno non ha il diritto di proclamare le parole della Torah davanti all’assemblea se non le ha dette prima due o tre volte davanti a se stesso”. Quanti dei nostri lettori, salmisti e cantori hanno questa sensibilità e rispetto per la parola di Dio?

 

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 17.10.2022

V.   LA LITURGIA DELLA PAROLA

 I Padri della Chiesa descrivendo la Messa celebrata dal Vescovo ricordano che c’è un momento in cui anche il Vescovo, dopo aver presieduto i riti di inizio, con tutta l’assemblea si siede e tace per ascoltare la parola di Dio che il lettore proclama dall’ambone: “Soltanto il lettore parla: anche il vescovo ascolta e in silenzio. Soltanto il salmista salmodia. Ma quando tutti rispondono al suo canto, allora è una voce sola che esplode da tutta l’assemblea, come da una sola bocca”. Sono parole di San Giovanni Crisostomo (Om. 31 ad I Cor., PG 61, 315).

La più antica descrizione di una Liturgia della parola di Dio – oltre al testo del capitolo 24 del libro di Giosuè, che descrive l’assemblea di Sichem: «Noi serviremo il Signore, nostro Dio, e ascolteremo la sua voce!» – è il bel testo di Neemia 8, 1-12, che è obbligatorio ogni volta che si dedica una chiesa nuova. Ci riporta a un ritorno dall’esilio del popolo di Dio e al ritrovamento delle rovine del tempio e dei rotoli smarriti della parola di Do. Lo ascoltiamo:

1Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse allo scriba Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato a Israele. 2Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. 

3Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. 4Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza, e accanto a lui stavano a destra Mattitia, Sema, Anaià, Uria, Chelkia e Maasia, e a sinistra Pedaià, Misaele, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullàm.

5Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. 7Giosuè, Banì, Serebia, Iamin, Akkub, Sabbetài, Odia, Maasia, Kelità, Azaria, Iozabàd, Canan, Pelaià e i leviti spiegavano la legge al popolo e il popolo stava in piedi.

8Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. 9Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. 10Poi Neemia disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza». 11I leviti calmavano tutto il popolo dicendo: «Tacete, perché questo giorno è santo; non vi rattristate!». 12Tutto il popolo andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni e a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate.”

 

Possiamo evidenziare in questa pagina biblica alcune componenti e aspetti qualificanti da tenere sempre presenti in una Liturgia della Parola, sia nella Messa che in altre celebrazioni liturgiche:

  • una comunità radunata
  • un ascolto attento
  • una proclamazione curata della parola di Dio
  • una ministerialità allargata
  • un luogo degno e dignitoso
  • una gestualità comune: in piedi, in ginocchio, prostrati, con le mani alzate
  • una risposta di adesione corale (acclamazioni)
  • la commozione fino alle lacrime
  • un invito alla gioia e alla festa
  • infine una proposta di condivisione e di solidarietà con i più poveri.

Anche oggi in ogni chiesa va data attenzione e dignità delle due mense del Pane (altare) e della Parola (ambone) di Vita. Ma occorre anche dare risalto per i compiti e i ruoli esercitati nelle celebrazioni liturgiche alla sede del celebrante se ministro ordinato o ad un altro luogo per il ministro non ordinato che presiede e prevedere inoltre i posti necessari per i lettori e le guide, lo spazio per il coro, il maestro e chi suona gli strumenti musicali; va anche previsto un microfono per gli interventi che non si fanno dalla sede o dall’ambone.

In molte chiese è bello trovare la Bibbia o il Lezionario a disposizione di chi viene a pregare anche da solo.

Tutti noi nelle nostre chiese, come l’antico popolo dell’alleanza, possiamo veramente sentirci un popolo convocato dalla parola di Dio. Oggi ogni incontro di preghiera, ogni celebrazione sacramentale, ha come parte essenziale e insostituibile la proclamazione della parola di Dio. Non ci sono incontri di cristiani in cui non venga proclamata la parola di Dio, come un momento centrale della preghiera. Si fa anamnesi (ricordo di quanto Dio ha compiuto per noi) per fare vera epiclesi (invocazione dello Spirito Santo) con la nostra piena e attiva partecipazione. La parola di Dio oggi è presente in ogni momento di preghiera come vera e propria celebrazione. Ogni volta che i cristiani si ritrovano per celebrare si incontrano con la parola di Dio. Una Parola offerta in modo sempre più abbondante (SC 51), che raggiunge la sua pienezza nella Messa (OLM 4).

Papa Francesco all’Udienza generale di mercoledì 31 gennaio 2018, diceva:

“La proclamazione liturgica delle letture, con i canti desunti dalla Sacra Scrittura, esprime e favorisce la comunione ecclesiale, accompagnando il cammino di tutti e di ciascuno… È il Signore che ci parla. Sostituire quella Parola con altre cose impoverisce e compromette il dialogo tra Dio e il suo popolo in preghiera. Al contrario, [si richiede] la dignità dell’ambone e l’uso del Lezionario, la disponibilità di buoni lettori e salmisti. Ma bisogna cercare dei buoni lettori!, quelli che sappiano leggere, non quelli che leggono [storpiando le parole] e non si capisce nulla. È così. Buoni lettori. Si devono preparare e fare la prova prima della Messa per leggere bene. E questo crea un clima di silenzio ricettivo”.

La Liturgia della Parola nella Messa domenicale (OLM 11-31) si presenta così nel dettaglio ed è sempre esemplare anche per le altre celebrazioni liturgiche:

  • Commento introduttivo: monizione facoltativa ma pedagogicamente assai importante se ben preparata
  • I lettura: normalmente dall’Antico Testamento; in tempo Pasquale dagli Atti degli Apostoli
  • Salmo responsoriale: possibilmente cantato con ritornello o in modo diretto; non altri canti!
  • II lettura: dal Nuovo Testamento
  • Acclamazione: Alleluia o altra in Quaresima
  • Vangelo
  • Omelia: solo il ministro ordinato sui testi biblici o eucologici della Messa (OGMR 65-66)
  • Silenzio: da riscoprire e valorizzare
  • Professione di fede: credo niceno-costantinopolitano, o simbolo degli Apostoli o battesimale
  • Preghiera universale o dei fedeli: rivolta al Padre per mezzo di Cristo; chi presiede introduce e conclude, altri leggono le intenzioni; l’assemblea partecipa con un’invocazione o in silenzio.

Analogamente si compie una Celebrazione o Liturgia della Parola – guidata da un ministro ordinato o anche da un laico ministro istituito o di fatto – che prevede:

  • i riti iniziali: un canto, il segno di croce e un’acclamazione; l’eventuale atto penitenziale; l’orazione del giorno
  • la Liturgia della Parola: solitamente quella del giorno con tutte o almeno una delle letture previste, il salmo, l’acclamazione e il Vangelo, una breve riflessione autorizzata dal Parroco e la preghiera dei fedeli con l’aggiunta del Padre nostro prima dell’orazione finale
  • (se è prevista e autorizzata la distribuzione della Santa Comunione essa si compie dopo il Padre nostro e prima dell’orazione finale)
  • infine dei brevi riti di conclusione: eventuali avvisi, segno di croce – ma non benedizione se presiede un ministro non ordinato – e congedo finale.

Siamo consapevoli che sempre più fin d’ora e soprattutto nel prossimo futuro, toccherà anche a ministri laici presiedere alcune celebrazioni liturgiche o guidare i pii esercizi. Come fare? Cosa fare? Partiamo dalle cose più semplici; da quelle che conoscete, da quelle che vi affida il vostro parroco.

Occorre subito distinguere tra le celebrazioni liturgiche e i pii esercizi e la devozione popolare. Tra le prime rientrano la Liturgia della Parola (o Celebrazione della Parola), la Liturgia delle Ore (soprattutto Lodi e Vespri), il Rito della Comunione fuori della Messa, l’Adorazione Eucaristica, ecc. Tra i pii esercizi i più noti sono il Rosario, la Via Crucis, l’Angelus Domini, le Novene, ecc. Quali celebrazioni possono presiedere i fedeli laici e in particolare i ministri istituiti (accoliti, lettori, ministri straordinari della Santa Comunione, catechisti)? Solo in mancanza dei ministri ordinari e ordinati (Vescovi presbiteri/sacerdoti, diaconi) possono intervenire, su delega, incarico o mandato del parroco o del rettore di una chiesa, i ministri non ordinati o anche altri laici appositamente incaricati, istituiti o semplicemente benedetti.

Il Diacono Permanente che, sposato o celibe, fa parte dell’Ordine Sacro, ha sempre la precedenza e preminenza su tutti gli altri ministeri istituiti o di fatto.

Papa Francesco all’Udienza Generale di mercoledì 14 febbraio 2018 diceva: “L’ascolto delle Letture bibliche, prolungato nell’omelia, risponde a che cosa? Risponde a un diritto: il diritto spirituale del popolo di Dio a ricevere con abbondanza il tesoro della Parola di Dio (cfr OLM 45). Ognuno di noi quando va a Messa ha il diritto di ricevere abbondantemente la Parola di Dio ben letta, ben detta e poi, ben spiegata nell’omelia. È un diritto! E quando la Parola di Dio non è ben letta, non è predicata con fervore dal diacono, dal sacerdote o dal vescovo si manca a un diritto dei fedeli. Noi abbiamo il diritto di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore parla per tutti, Pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella sua condizione di vita, età, situazione. Il Signore consola, chiama, suscita germogli di vita nuova e riconciliata. E questo per mezzo della sua Parola. La sua Parola bussa al cuore e cambia i cuori!”.

Non dimentichiamo, infine che la miglior celebrazione della Parola è la vita della comunità cristiana (OLM 6 – SC 10), consapevoli della nota affermazione di san Gregorio Magno: «Le Parole divine crescono insieme con chi le legge»; e in un altro passo: “Molte volte spiegando la Scrittura i fratelli, ho capito quello che non avevo capito solo studiando”. Dall’ascolto della parola di Dio viene a noi la Vita in pienezza, la Luce che ci aiuta sempre a capire e accogliere bene la Parola per vivere meglio. Noi siamo chiamati a trasmettere, a consegnare, a testimoniare questa Parola. San Paolo ci dice: “Vi trasmetto quello che anche io ho ricevuto (1Cor 11, 23 e 15, 3); San Giovanni afferma: “Quello che abbiamo udito e visto lo annunciamo a voi (1Gv 1, 1-4); San Giacomo scrive: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori” (Gc 1, 22). Mettere la Parola nella vita perché essa operi in noi!

“Noi abbiamo il diritto di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore parla per tutti, Pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella sua condizione di vita, età, situazione. Il Signore consola, chiama, suscita germogli di vita nuova e riconciliata. E questo per mezzo della sua Parola. La sua Parola bussa al cuore e cambia i cuori!” (Papa Francesco, mercoledì 14 febbraio 2018).

L’allora primo ministro inglese David Cameron, commemorando i 450 anni della traduzione della Bibbia detta del re Giacomo, diceva: “La lingua della Bibbia del re Giacomo è attualissima oggi: pensate a frasi che usiamo comunemente come essere nella fossa dei leoni, o il sale della terra, o nulla di nuovo sotto il sole. Secondo un recente studio, vi sono 257 frasi e idiomi che provengono dalla Bibbia, espressioni che ci circondano dalle aule dei tribunali alle sitcom televisive, dai ricettari ai testi di musica pop” (In L’Osservatore Romano, 17 gennaio 2012). E da noi si potrebbe dire altrettanto? Pensiamo e parliamo con la parola di Dio? Ogni liturgia della Parola da ormai oltre 50 anni ci sta abilitando e formando a questo: siamone certi, noi per primi!

 

Parrocchie di Mezzocorona e Roverè della Luna, 24.10.2022

 VI.   PROCLAMARE LA PAROLA

 “Nel giorno di Pentecoste Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole»” (At 2, 14). «Lo Spirito di Cristo risorto si rende visibile e udibile nella liturgia di oggi, in quell’atteggiamento di Pietro che “si alza in piedi e a voce alta” proclama ciò che ha visto e udito. Il suo corpo e la sua voce si fanno strumenti dello spirito. Quello stesso spirito che ha fatto esultare non solo il cuore, ma anche la lingua di Davide, profetizzando il giorno di Gesù. Come parla una lingua che esulta? Come suona un’anima che si eleva? Chi studia a fondo la funzione vocale, non cessa di stupirsi, nell’osservare quanto lo sviluppo della voce richieda qualità ben diverse dalla forza e dalla potenza personale: flessibilità, docilità, capacità di ascolto» (C. Da Vico).

Leggere o proclamare? Parlare o parlare a un’assemblea? Imparare a fare due cose insieme: leggere e parlare; non solo leggere, ma leggere per far comprendere. Una preparazione spirituale e una competenza tecnica che sono sempre necessarie (OLM 14). Per questo è importante prepararsi e non improvvisare, non solo leggendo il foglietto o il Messalino ma la pagina del Lezionario (sito internet della CEI). C’è una preparazione remota ed una preparazione immediata. È bene cercare le parole e le frasi “chiave” come indicato dal titoletto della lettura.

Benedetto XVI nell’Esortazione Postsinodale Verbum Domini (30.09.2010, n. 58) diceva: “Già nell’Assemblea sinodale sull’Eucaristia era stata chiesta una maggior cura della proclamazione della parola di Dio. Come è noto, mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e la seconda lettura nella tradizione latina vengono proclamate dal lettore incaricato, uomo o donna. Vorrei qui farmi voce dei Padri sinodali che anche in questa circostanza hanno sottolineato la necessità di curare con una formazione adeguata l’esercizio del munus di lettore nella celebrazione liturgica ed in modo particolare il ministero del lettorato, che, come tale, nel rito latino, è ministero laicale. È necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne avessero ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno. Tale preparazione deve essere sia biblica e liturgica, che tecnica…”.

La responsabilità è di chi presiede la celebrazione (OLM 38); la persona scelta per la proclamazione della parola di Dio deve avere adeguate capacità. Deve saper comunicare quanto il testo contiene con la massima fedeltà e chiarezza. Doti di voce e intelligenza del testo che non sono connaturate: occorre educarle e curarle. Chi ascolta deve capire e gustare. L’ideale sarebbe che il lettore frequentasse un corso di dizione.

Presentiamo alcune indicazioni concrete:

  • Si ricordi che leggere in pubblico non è come leggere in privato. Occorre un tono di voce adeguato all’ambiente (ad alta voce!), ritmi molto più lenti (si corre sempre troppo) e con le debite pause.
  • Una buona lettura esige calma e distensione. Il che non è cosa facile davanti a un pubblico numeroso. Innanzi tutto occorre conoscere bene il testo. Ci aiuterà poi una respirazione profonda e regolare. Se la frase è lunga, approfittare delle vocali “a” ed “e” per un breve rifornimento d’aria. Mai arrivare all’affanno per carenza d’aria.
  • Una pronuncia chiara suppone una buona articolazione delle consonanti; al che non siamo abituati nel parlare familiare. Qualche esercizio fa bene a tutti.
  • Evitare i cali di tono, facili soprattutto sull’ultima parola.
  • È molto importante il tono per evitare le cantilene. Ogni testo ha un suo genere letterario. I testi sacri non sono tutti eguali. Non possiamo esprimere tutto con lo stesso tono di voce. Pur evitando esagerazioni, come l’enfasi e la teatralità, una differenziazione di tono è indispensabile. Per ottenere questo occorre conoscere, gustare e amare il testo che si legge e poi un adeguato esercizio, lasciandoci anche aiutare e correggere da qualcuno.
  • Opportuno sarà anche variare il ritmo secondo l’importanza del testo o di una frase: più scorrevole nella narrazione, più lento e accentuato in una ammonizione e nell’enunciazione di una frase particolarmente significativa.
  • Non vanno sottovalutate le pause tra capoverso e capoverso o quando il discorso introduce una parte nuova. Nel lezionario questi stacchi sono evidenziati da tratti in bianco.
  • Attenzione al punto interrogativo, così difficile da esprimere e non sempre uguale. Evitare l’errore più frequente di porre l’accento sull’ultima parola.
  • In fase di preparazione, sarà opportuno che il lettore si eserciti direttamente in chiesa, recandosi in presbiterio, all’ambone, dando uno sguardo al lezionario e controllando il microfono e provando la sua dizione e il volume della voce sotto il controllo di qualcuno.
  • Almeno una volta potremo provare a farci registrare dal vivo e riascoltare la nostra lettura. Così saremo in grado noi stessi di giudicarci.

Proclamare la parola di Dio nelle celebrazioni è sempre celebrare l’alleanza di Dio con noi, suo popolo. Non è solo lettura: è Scrittura che diventa Parola! C’è un insieme di cose e di condizioni per poter proclamare e per ascoltare. Attenzione al pericolo di comunicare le nostre idee e non la parola di Dio. Occorre provocare, stimolare, cercare l’ascolto (non ognuno con il suo foglietto o tablet…), valorizzando gli atteggiamenti della ritualità con dignità e con gioiosità.

Scriveva San Giovanni Paolo II nella Lettera per l’Anno dell’Eucaristia (07.10.2004, n. 13): “A quarant’anni dal Concilio, l’Anno dell’Eucaristia può costituire un’importante occasione perché le comunità cristiane facciano una verifica su questo punto. Non basta, infatti, che i brani biblici siano proclamati in una lingua comprensibile, se la proclamazione non avviene con quella cura, quella preparazione previa, quell’ascolto devoto, quel silenzio meditativo, che sono necessari perché la parola di Dio tocchi la vita e la illumini”.

Attenzione, quindi, anche al luogo dove ci troviamo, ai movimenti (andare all’ambone facendo inchino solo se passiamo davanti all’altare o al celebrante; attendere la fine dell’orazione colletta prima di muoversi dal posto; aspettare che tutti siano seduti; trovarsi bene e sicuri all’ambone), al rispetto per il libro sacro e soprattutto al tipo di assemblea che abbiamo davanti. C’è anche per noi il pericolo, indicato da Gesù stesso, del sentire ma non ascoltare (cfr Mt 13, 14-15 e Is 6, 9-10). La nostra responsabilità nel saper accogliere e far accogliere la Parola. La Costituzione sulla divina rivelazione dice: “È necessario che i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura” (DV 22).   

Scriveva nel 1993 don Alberto Carotta: «Penso all’emozione del Ministro straordinario della Comunione che per la prima volta porta il Corpo di Cristo ai fratelli infermi. La consapevolezza della pregnanza di quel Sacramento non lo può lasciare indifferente. Lui per primo avverte l’esigenza d’una preparazione adeguata, sia liturgica che spirituale. Il ministero del lettore non è da meno. Infatti, mediante la Parola che egli proclama nella liturgia, “Dio parla al suo popolo, Cristo annuncia ancora il suo Vangelo” (SC 33). Nella voce del lettore prende vita e torna a risuonare per i fedeli raccolti in assemblea la Parola viva ed efficace che annuncia e porta salvezza. Il servizio del lettore è importante per la vita della Chiesa, compito nobilissimo e delicato insieme. Esige preparazione liturgica, spirituale e vocale. Proclamare la Parola non è la stessa cosa che leggere il giornale. Non è sufficiente aver messo a frutto il sillabario.

L’ufficio dei lettori è ormai un fatto acquisito anche nelle nostre comunità. Spesso però si tratta di un servizio improvvisato o quasi, con le conseguenze negative che tutti avvertiamo. Se è cosa giusta e bella che i fedeli mettano a frutto il loro sacerdozio, non ci si può rassegnare al fatto che la Parola non raggiunga i sensi e il cuore dei presenti per le carenze di preparazione dei lettori. Questo presuppone la presenza di un gruppo scelto di persone che dimostrino buona volontà, sensibilità al servizio liturgico e adeguate qualità di voce.

Pensiamo, anzitutto, alla proclamazione della Parola nelle Messe domenicali, senza dimenticare però che la vita liturgica delle nostre comunità non si esaurisce nella celebrazione eucaristica ma si esprime in diversi altri incontri nei quali la preghiera nasce e si sviluppa attorno alla Parola. È il caso, in particolare, delle celebrazioni che nel prossimo futuro dovranno essere promosse nelle comunità che non potranno usufruire della presenza del sacerdote”.

L’OGMR: n. 99. “Il lettore è istituito per proclamare le letture della Sacra Scrittura, eccetto il Vangelo; può anche proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista, proclamare il salmo interlezionale. Nella celebrazione eucaristica il lettore ha un suo ufficio proprio, che egli stesso deve esercitare.

  1. Se manca il lettore istituito, altri laici, che siano però adatti a svolgere questo compito e ben preparati, siano incaricati di proclamare le letture della Sacra Scrittura, affinché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore alla Sacra Scrittura. 102. È compito del salmista proclamare il salmo o un altro canto biblico che si trova tra le letture. Per adempiere convenientemente il suo ufficio, è necessario che il salmista possegga l’arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona dizione. 109. Se sono presenti più persone che possono esercitare lo stesso ministero, nulla impedisce che si distribuiscano tra loro le varie parti di uno stesso ministero o ufficio e ciascuno svolga la sua. Per esempio… se vi sono più letture, converrà distribuirle tra più lettori, e così via. Non è affatto opportuno che più persone si dividano fra loro un unico elemento della celebrazione: per es. che la medesima lettura sia proclamata da due lettori, uno dopo l’altro, tranne che si tratti della Passione del Signore”.
  2. Nella processione all’altare, in assenza del diacono, il lettore, indossata una veste approvata, può portare l’Evangeliario un po’ elevato; in tal caso procede davanti al sacerdote; altrimenti, incede con gli altri ministri. 195. Giunto all’altare, fa’ con gli altri un profondo inchino. Se porta l’Evangeliario, accede all’altare e ve lo depone. Quindi va ad occupare il suo posto in presbiterio con gli altri ministri. 196. Proclama dall’ambone le letture che precedono il Vangelo. In mancanza del salmista, può anche proclamare il salmo responsoriale dopo la prima lettura. 197. In assenza del diacono, dopo l’introduzione del sacerdote, può proporre dall’ambone le intenzioni della preghiera universale. 198. Se all’ingresso o alla Comunione non si fa un canto, e se non vengono recitate dai fedeli le antifone indicate nel Messale, le può dire il lettore al tempo dovuto”.

San Cesario di Arles (VI secolo) afferma: “Vi domando, fratelli e sorelle, che cosa vi sembra più importante: la parola di Dio o il Corpo di Cristo? Se volete rispondere bene, dovete senza dubbio dire che la parola di Dio non è da meno del Corpo di Cristo…”. E allora aggiunge Sant’Ambrogio, dopo aver affermato che si beve il Cristo dal calice delle Scritture come da quello eucaristico: “Come si fa attenzione a non lasciar cadere alcun frammento del Corpo di Cristo, così pure si deve dare attenzione a non lasciar cadere a vuoto nessuna parola di Dio che si ascolta nella celebrazione”.

Così anche San Giovanni Crisostomo, Vescovo di Costantinopoli nel IV secolo, contemporaneo del nostro San Vigilio, ci invita a portare con noi la parola di Dio proclamata, ascoltata e cantata: “Se canti ‘Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te o Dio’ (Sal 41), tu stringi un patto con Dio, firmi questo patto con lui, senza inchiostro né carta. La tua voce proclama che lo ami al di sopra di tutto, che non gli preferisci nulla, che bruci d’amore per lui… Non cantiamo il ritornello per abitudine, ma prendiamolo come un bastone per il viaggio!… Anche se sei povero, troppo povero per poterti comperare dei libri, anche se hai dei libri ma ti manca il tempo per leggerli, ricorda almeno con grande attenzione i ritornelli che hai cantato non una volta, o due, o tre, ma molto più spesso e ne ricaverai una grande consolazione. Quale immenso tesoro ci hanno aperto i ritornelli… Vi esorto dunque a non uscire di qui a mani vuote, ma a raccogliere i ritornelli come perle, per custodirli sempre con voi, per meditarli, per cantarli tutti ai vostri amici” (Expositio in Ps 41).

         

ESERCITAZIONI che faremo nell’incontro “speciale” per i lettori:

  • Lettura di varie pagine di generi letterari diversi con il “tono” giusto e corrispondente.
  • Cosa leggere e cosa non leggere. Gli spazi bianchi…; le parole tra parentesi; i capilettera. Le pause, l’interpunzione, le interrogative (ricordare sempre che normalmente chi ci ascolta non ha o non dovrebbe avere davanti il testo!).
  • Attenzione al testo scritto e stampato a bandiera o di seguito.
  • Non solo saper leggere o saper parlare, ma saperlo fare in pubblico (proclamare); aprire la bocca (ministri della Parola)! A voce alta, non è una conversazione!
  • Attenzione al ritmo, volume, intonazione, colore, articolazione… Articolare tutte le sillabe per pronunciare bene.
  • Normalmente i lettori leggono troppo in fretta (una prova con il registratore).
  • Per parlare bene occorre respirare bene! Esercizio per una voce robusta e sicura (più gradite le voci basse, meno quelle stridule o acute); importanza del tono a voce alta.
  • Il comportamento di chi proclama la Parola (posizione stabile, mani, sguardo, tosse, occhiali, ecc.). L’importanza della luce. L’uso del microfono che amplifica “quello che gli diamo” e accentua i difetti.

 

PER CONCLUDERE…. la prima parte del corso biblico!

Carissimi lettori e salmisti, commentatori e animatori delle assemblee, faccio mie per tutti voi le parole di San Paolo (Fil 1, 3-11) per tutto quello che siete e fate nelle nostre parrocchie, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche:

 

“Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. È giusto, del resto, che io provi questi sentimenti per tutti voi, perché vi porto nel cuore… quando difendo e confermo il Vangelo, voi che con me siete tutti partecipi della grazia. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”.

 

Grazie, quindi a Dio e a tutti voi che siete non solo collaboratori o cooperatori nelle nostre parrocchie ma siete corresponsabili per celebrare bene insieme, soprattutto la Messa festiva, “fonte e culmine della vita della Chiesa (SC 10); quella liturgia che è sempre e ancora “dare gloria a Dio nell’alto e di cieli e offrire pace agli uomini e alle donne che Dio ama” (cfr Lc 2, 14).

 

Si racconta che alcuni discepoli di un rabbino pochi anni dopo la Risurrezione di Cristo, si recarono dal maestro chiedendogli se quel Gesù, il Nazzareno, nato a Betlemme e morto a Gerusalemme, fosse veramente il Messia atteso e sperato. Egli aprì la porta di casa, guardò per strada e rientrò; mi pare, disse, che nulla è cambiato nella vita delle persone: quindi il Messia non è ancora venuto! No! Noi lo sappiamo che la storia e il mondo sono cambiati molto da quel giorno della Risurrezione del Signore! Anche voi ne siete il segno autentico ed efficace.

 

Quanto impegno dato per l’annuncio del Vangelo, per la bellezza e la verità delle nostre celebrazioni; quanti gesti e iniziative di carità, quanta ricerca e impegno per la giustizia, quanta volontà e costanza nel difendere e promuovere la pace …; certo accanto a tante situazioni negative di male e di peccato. Ma da quel giorno della prima Pasqua quanto bene si è diffuso attorno a noi e anche grazie a noi. Ogni otto giorni da allora, da quel giorno memorabile e indimenticabile, da quella domenica che ha cambiato il corso della storia, i credenti si trovano a celebrare, a pregare insieme per crescere nella fede, nella speranza e nella carità. Dall’Eucaristia domenicale, memoria viva della Pasqua, noi attingiamo la forza dello Spirito Santo per la nostra testimonianza. Beati noi che crediamo senza aver visto, senza aver toccato con mano il Risorto. Beati voi tutti che aiutate le nostre comunità a incontrare il Risorto e a fare esperienza viva della Chiesa di Cristo.

 

Io desidero darvi atto della grande testimonianza che voi laici ci state offrendo in questi anni, soprattutto dopo il Concilio Vaticano che ci ha fatto riscoprire la profonda e concreta verità del popolo di Dio nel mondo e nella storia. Siamo pochi preti, siamo pochi cristiani fedeli: ma ci siamo; soprattutto voi ci siete! È la costatazione che ci viene offerta dal nostro Vescovo Lauro nella sua Lettera alla Comunità Come goccia (San Vigilo 2019):

 

Quando siamo davanti a persone in cui non c’è distanza tra parola e vita, rimaniamo ammirati. Spesso senza averne coscienza, tutti in realtà stiamo cercando una parola salda, fedele, che non venga meno, a cui aggrapparci. Anche in questo caso mentre siamo alle prese con il vuoto delle parole e la loro inconsistenza, desideriamo contemporaneamente parole veritiere e capaci di incidere.  Gesù, Parola eterna del Padre fatta carne, si accontenta di abitare ai margini, nel piccolo villaggio di Nazaret. Questa Parola è talmente intrisa di vita che si fa strada da sola. L’attitudine a mantenere la parola data, alla fedeltà, non ha bisogno di essere incisa sulla carta: è un grido che da duemila anni trapassa la storia. Conquista e seduce uomini e donne, trasforma vite, rendendole a loro volta un canto di liberazione. Si nutre dei piccoli gesti del quotidiano: semplici, ripetitivi, fatti di attenzione, dialogo, lavoro, perseveranza, condivisione di momenti di festa e frequentazione delle lacrime. …

A Nazaret la Parola di Dio fatta carne si è, per così dire, “abbreviata”, come affermavano i Padri della Chiesa. Si è fatta silenzio, non per indifferenza o disinteresse verso gli uomini, ma per diventare ascolto e adorazione del Padre… L’uso delle immagini da parte di Gesù libera tutta la forza evocativa del linguaggio simbolico, è parola affidata, che non s’impone”.

 

Voi, voi tutti siete gente di parola, della Parola (con la P maiuscola)! L’incontro con la parola di Dio che il Vescovo Lauro ci ha indicato come vero e unico programma pastorale riguarda tutti voi in modi diversi ma veri e propri a ciascuno di voi.

 

Che bello pensare a voi lettori, commentatori e lettori delle intenzioni della preghiera dei fedeli, che a casa vostra vi leggete già giorni prima le pagine delle letture domenicali e festive; voi che a volte vi sentite ferire da quella Parola e altre volte incoraggiati e ancora rasserenati. E lo sapete bene: quella Parola poi la trasmette agli altri; li aiutate a capirla e a pregarla. Quale responsabilità, ma anche quale gioia!

 

Che bello pensare a te, salmista, che ce la metti tutta a cantare come il re Davide quella lode al Signore che diventa proposta di vita per i tuoi fratelli e le tue sorelle che in chiesa vibrano al tuo canto, alla tua voce che trasmette la vera Parola, che rinfranca e sostiene nel cammino di ogni giorno.

 

Cari amici, è la parola di Dio che dà senso al vostro essere ministri, al vostro ministero spesso nascosto e umile ma prezioso. Possiate continuare confortati, custoditi e illuminati da quella Parola il vostro cammino per un ministero sempre più competente, svolto con cura e amore, perché già “siete tutti partecipi della grazia di Dio”. Il Signore Gesù “che ha iniziato in voi quest’opera buona la porti a compimento”.

 

Amen!  Grazie.

 

 

 

Don Giulio Viviani

Mezzocorona, ottobre 2022